Il Pd in mezzo al guado

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L’idea di far nascere, nel 2007, dopo le ceneri della prima repubblica, un nuovo partito che riunisse i riformismi dei partiti del centro sinistra, è tuttora valida anche se le vicissitudini che attanagliano il PD e che vengono da lontano, fanno riflettere e temere per il suo futuro.

Nel corso di questi anni, però, sono andati sempre più scemando i valori che furono sanciti nel suo Statuto e crescendo, invece, aspirazioni governative e di potere che avevano caratterizzato il percorso della Democrazia cristiana. Il PD, insomma, si è andato vieppiù “doroteizzando”; si è allontanato dalle folle, dalle periferie, dalle fabbriche, dal territorio, dai sindacati e dai lavoratori, attestandosi più nelle grandi città e nei ceti più abbienti nel mentre altri partiti e movimenti che hanno cavalcato il populismo e la protesta, hanno trovato più ascolto, nella massa dei cittadini che prima costituivano il suo serbatoio di voti. Il tutto si è aggravato con la vittoria delle destre e un “cupio dissolvi” pare abbia colpito i partiti schierati – più a parole che fatti- su posizioni anti destre.

Alcuni di questi: Azione di Calenda, Italia Viva di Renzi e il M5S di Conte danno la sensazione – con il loro comportamento- che il loro nemico non sia tanto la Meloni e Salvini ma il PD di Letta. Il difficile accordo a Roma per le elezioni regionali dopo le dimissioni di Zingaretti, eletto in Parlamento, per volontà del M5S che vorrebbe correre da solo, e soprattutto la scelta di Calenda di candidare a Milano la Moratti ne sono un esempio più che significativo.  La scelta della Moratti, trentennale esponente di primo piano della destra milanese, con l’intento di imporla al PD è una provocazione bella e buona e sta creando nel partito un vero e proprio scompiglio. La Rosi Bindi ha minacciato di strappare la tessera del partito se ciò accadesse. Così farebbero anche molti altri elettori. E’ un rospo duro da inghiottire. L’aver creato subbuglio nel Pd è forse l’unica ragione che ha spinto Calenda – che pur era stato eletto al Parlamento europeo con i voti del PD a fare una mossa così spregiudicata. Di Renzi è inutile parlare e di Conte è da rilevare l’enigma di un partito/movimento che non si sa cosa voglia fare da grande. Altro che togliere voti alle destre, nei fatti cercano di dare la scalata al PD:

Il PD è allora un partito finito? La sconfitta elettorale, largamente prevista, è stata una batosta durissima dalla quale è uscito a pezzi e la colpa non è solo di Letta ma di quasi tutta la dirigenza. Ora è tra due fuochi: da un lato le destre di Meloni e Salvini e dall’altro il terzo polo di Renzi e Calenda.  E’ in mezzo al guado che si dibatte tra le sabbie mobili, i vortici e i trabocchetti che gli tendono i presunti amici. Letta è un galantuomo ma con scarso carisma; ha fatto quello che ha potuto, ma con il cacciavite non si può raddrizzare una situazione così danneggiata.

Occorre ben altro!

I tempi del congresso sono lunghi e all’orizzonte non si vedono ancora personaggi in grado di dare una sterzata violenta al partito fatto di notabili e inamovibili, e rimetterlo nella giusta carreggiata ritrovando i valori del passato e le masse che lo seguivano. Si tratta di scegliere da che parte stare: se con i lavoratori, con quelli che faticano ad arrivare a fine mese, che sognano pari opportunità, dignità sociale o con i datori di lavoro, sempre più globalizzati e che tolgono diritti, e con i poteri forti.

Il nuovo Segretario dovrà avere il coraggio di scegliere; di cambiare tutta la classe dirigente del partito e di far andar via chi non ci sta facendo capire che il patito non è il mezzo per scalare il potere o mirare alle poltrone. Il resto viene da sé.

di Nino Lanzetta