Il Recovery e il Mezzogiorno

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Scusate se insisto sul concetto di classe dirigente, ma sono convinto che mai come in questa fase essa ha un ruolo fondamentale per lo sviluppo del Mezzogiorno. Penso al Recovery fund e alla straordinaria occasione che oggi si presenta sul quadrante della storia per una vera rivoluzione meridionale. L’aria del passato, ricca di importanti studi storici e di riflessioni talvolta nostalgiche, ha un grande valore, ma non basta più. Ora è il tempo di agire, di dare al Sud ciò che gli è stato tolto e di favorire le condizioni per una vera ripresa. Lo strumento di questa nuova, auspicabile rivoluzione meridionale sono i fondi europei, quelli che riconducono agli effetti prodotti dai fondi americani del dopoguerra con il Piano Marshall. Allora il successo fu possibile grazie alla determinazione di un popolo che non si rassegnò di fronte ai disastri del nazi-fascismo, ma mise in campo una straordinaria volontà di rinascita che consentì, pochi anni dopo, l’avvento del miracolo economico. Fu possibile anche perchè il Paese era unito, marciando nella stessa direzione. In particolare nel Sud si utilizzò la grande idea di Alcide De Gasperi che si materializzò con la nascita della Cassa per il Mezzogiorno. Si può affermare che quella fase fece da spartiacque tra il prima e il dopo del Mezzogiorno. Il Nord, in realtà, anche grazie alla sua posizione baricentrica rispetto all’Europa, ma anche per il ruolo svolto dalla sua classe dirigente, prese il volo per lo sviluppo economico. Che ci fu. Nel Sud, invece, la vicenda andò diversamente. La Casmez, che aveva realizzato importanti infrastrutture, si trasformò in un serbatoio clientelare frenando le potenzialità del futuro suo agire. Non ci fu il miracolo meridionale. E il Sud è ancora fermo al palo. Questo, a mio avviso e in estrema sintesi è avvenuto nel passato. Oggi, per volontà di un disegno divino (per chi ci crede), o per effetto del vichiano pensiero del corso e ricorso storico, si presenta davanti al Paese una circostanza quasi simile a quella di ieri. Lo strumento è il Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr) e la guida del governo nazionale è affidata a Mario Draghi. Il meglio che si potesse avere mentre il Paese stava scivolando nel baratro. Accade però che nel Mezzogiorno la nuova possibilità di una rivoluzione non sia stata del tutto compresa. Ne sono testimonianza i ritardi nell’attuazione dei procedimenti che dovrebbero segnare l’alba nuova. Non v’è dubbio che mentre il tempo scorre veloce, di contro la confusione della classe dirigente meridionale occupa la scena. In pochi, in particolare nel sud, hanno compreso la reale portata del Recovery fund. I progetti per realizzarev grandi opere nel Sud sono latitanti e quando ci sono rispondono alla perversa logica del campanilismo, perpretando l’errore della seconda fase della Casmez. La valutazione dei progetti si accentra a livello di governo centrale ben lontana dai territori interessati. L’agire delle parti sociali e istituzionali è improntato al criterrio di uno sfrenato individualismo. I tecnici sono prigionieri delle richieste degli amministratori, altrimenti gli si revocano gli incarichi. Tra regioni ed enti locali il coordinamento degli interventi esiste solo raramente, in assenza di una cabina di regia che ponga ordine alle richieste finalizzate allo sviluppo complessivo. Ne consegue che il Sud è come una immensa prateria da occupare. La criminalità organizzata lo sa bene che è così ed è pronta ad allungare le mani. L’allarme è nel coro lanciato da Draghi, Lamorgese e dal procuratore antimafia De Raho. La classe dirigente meridionale si dia da fare. Si svegli dal letargo in cui è caduta e dia prova di grande responsabilità. Per il Sud occorre una illuminata cabina di regia capace di guardare oltre il campanile, lanciando la sfida del futuro, guardando all’Europa e al Mediterraneo.

di Gianni Festa