Il ruolo dell’Europa per la pace

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“So che spetta a noi europei costruire la pace sul nostro suolo”. Alla vigilia del cruciale ballottaggio delle presidenziali, Emmanuel Macron assegna all’Europa un ruolo che finora le istituzioni comunitarie non hanno voluto svolgere compiutamente. Con gli altri leader del Continente, da Draghi a Scholz, da Sanchez a Von der Leyen, il presidente francese condivide la condanna dell’invasione russa, l’orrore per i massacri venuti alla luce, la volontà di aiutare l’Ucraina dal punto di vista finanziario e militare; ma con più decisone di altri sostiene che l’iniziativa europea non debba, non possa fermarsi qui. “Dovremo continuare a parlare a Vladimir Putin”, dice in un’intervista rilasciata a cinque giornali europei, e dovremo farlo per “costruire qualcosa con lui”, per “preparare la pace”. Parole impegnative, che rompono il conformismo che regna nelle cancellerie europee e spezzano la rassegnazione ad una guerra di logoramento, senza fine. C’è da sperare che da lunedì, una volta auspicabilmente confermato all’Eliseo, Macron riprenda il filo della trattativa che lo ha visto – prima e dopo l’invasione russa – il più attivo nel dialogo con Mosca, anche se finora senza successo. Sostiene di essersi mosso sempre d’intesa con il presidente ucraino Zelensky, il quale “vuole questo contatto”; e non si nasconde il rischio insito nel fallimento del dialogo: un’escalation “orizzontale”, cioè “la cobelligeranza dei Paesi alleati o di altre potenze”. A due mesi dall’attacco di Mosca contro Kiev, questa coraggiosa presa di posizione merita ogni incoraggiamento, anche perché si muove decisamente contro la corrente, o meglio contro la deriva che conduce all’inasprimento di un conflitto che ha già provocato troppe vittime. Lo smarcamento dalla linea della Casa Bianca è netto. Joe Biden non perde occasione per dichiarare che il suo obiettivo è la sconfitta, l’umiliazione di Putin, la punizione del tiranno: insomma una vittoria sul campo resa possibile dalla tenacia e dal coraggio dell’esercito ucraino ma anche dalle armi fornite dal Pentagono al ritmo di 800 milioni di dollari a settimana. Un’ottica, quella americana, in cui all’Europa è assegnato un compito secondario; o meglio, mentre ai Paesi del blocco orientale ex sovietico – Polonia e Stati baltici in testa – viene riconosciuto un fondamentale ruolo di retrovia del fronte (è lì che vengono addestrate le truppe e instradate le armi pesanti), agli altri, quelli che una volta erano il motore e la guida dell’Europa unita, resta solo l’onere di agitare le sanzioni economiche che, se portate alle estreme conseguenze, avrebbero un effetto boomerang sulle economie più sviluppate (lo ha detto ieri la Segretaria  al Tesoro Janet Yellen). E’ a questa logica, che potremmo definire “imperiale”, che intende ribellarsi il presidente francese, consapevole che se l’Europa non riuscirà a concordare e a far vale una iniziativa convincente che porti ad una tregua, rischierà di essere marginale anche nel negoziato che ad un certo punto dovrà pur essere avviato: un’Europa messa in un angolo da Turchia, India e Cina, che con Putin parlano ancora.

L’intervista di Macron sembra indirizzata anche a smuovere il pessimismo italiano sulle residue chances di un dialogo con Mosca per la pace. “Comincio a pensare – ha detto Mario Draghi nell’unica intervista finora rilasciata ad un giornale italiano – che abbiano ragione coloro che dicono: è inutile che gli parliate. Si perde solo tempo. Io ho sempre difeso Macron e continuo a sostenere che come presidente di turno della Ue faccia bene a tentare ogni possibile strada di dialogo. Ma ho l’impressione che l’orrore della guerra con le sue carneficine, con quello che hanno fatto ai bambini e alle donne, sia completamente indipendente dalle parole e dalle telefonate che si fanno”. Due posizioni, quella francese e quella italiana che devono trovare una conciliazione. Per il bene e per il futuro dell’Europa.

di Guido Bossa