Il sangue sulla città interroga tutti

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Da più parti mi si chiede una parola sui fatti che hanno scosso la città di Avellino e non solo, ed hanno lasciato sgomenti amici e parenti, conoscenti e vicini di casa, compagni di scuola e di infinite confraternite di chat.
I commenti abbondano sulla stampa e sulle reti televisive, su Facebook e WhatsApp, i telecronisti e i giornalisti assediano la casa della tragedia golosi di un’ultima esternazione o commento, di una foto che ritragga la famiglia, esplosa in un attimo, nell’ultimo natale con alle spalle l’albero ricco di luci e di doni. No, non voglio unirmi al coro dei tanti che pontificano su un dolore assurdo, né voglio sbirciare nei giorni di una famiglia, un attimo prima della tragedia, normale, alle prese con i problemi di sempre nel difficile dialogo tra generazioni. Eppure sento che il sangue ha macchiato questa città in tutte le vie, in tutti i palazzi, in tutte le case dove si mangia a tavola e si dorme a letto augurandosi “buonanotte” prima che accada l’irreparabile. Sento la città che è attonita, in lacrime, per un sangue che non si può nettare neppure con sostanze abrasive: riguarda tutti, chiama in causa tutti, singole persone e nuclei familiari, le istituzioni dello Stato e della Chiesa, i gruppi sportivi e quelli di danza, i giovani sul corso e quelli che stazionano, nonostante i divieti, dietro la Cattedrale o sotto i platani. Quel sangue mi chiama, ci chiama in giudizio, ci chiede conto con la domanda più antica che la cultura conosca e che pure nasceva all’indomani di un omicidio: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Mi chiede conto di un uomo che domani non si presenterà al lavoro, di una famiglia che guardava all’estate con la speranza che sarebbe tutto passato e che non conoscerà più un giorno di festa, di una figlia che appena ieri era la reginetta di papà e che oggi viene a pugnalarlo come accadde a Cesare: non la bianca clamide del senatore romano, ma le lenzuola candide di bucato hanno bevuto stavolta il sangue. Questa città, uguale ad ogni altra, sorniona e crudele, tranquilla e abitata da demoni, potrebbe scendere in piazza (come vorrei che accadesse!) nonostante i divieti di assembramento, non per protestare (e contro chi?), ma per un’oceani – ca ammissione di colpa. La tragedia, ci ha insegnato la cultura greca, non riguarda mai un singolo, ma chiama sul palco un intero popolo, il re e i sudditi, i giudici e i colpevoli, chi ha tramato a lungo e poi messo in atto il suo piano e chi da un anno non mette il naso fuori di casa e si fa i fatti suoi. In questa comune e corale ammissione di colpa per il sangue sulla città il vescovo non si tiene fuori, non si limita a benedire i sessantamila riuniti, in un silenzio agghiacciante, in Piazza Libertà, ma è anche lui al banco degli imputati, con i suoi preti, con la Chiesa di Avellino che egli, indegnamente, rappresenta. Il sangue sulla città interroga la Chiesa e lo Stato con le sue Istituzioni, i responsabili politici e amministrativi, gli uomini di cultura, la Scuola, le associazioni e il volontariato, perché, a furia di vivere d’emergenza (terremoto e post-terremoto, mucca pazza, terrorismo e crollo delle banche, pandemia Covid…) hanno dimenticato di fare attenzione all’EMERGENZA EDUCATIVA. Siamo stati distratti da troppe cose, ma intanto i nostri figli crescevano, e con quali riferimenti? Gli stessi in coda per l’ultimo smartphone, che fanno le fusa al momento della paghetta, per nostra mancanza, non sanno cosa siano le regole, non riescono a pensare una festa o un sabato sera senza sballo, frequentano sul web corsi di suicidio o per perdere peso fino a non sentire più fame, hanno le idee molto confuse sul limite tra diritti e doveri, tra il bene e il male, tra l’immaginario e la realtà, tra lo schermo del pc e la vita vera, tra il sangue finto dei film e quello vero che scava crateri, tra il voler bene e il possesso dell’al – tro/a, tra la DAD e la Scuola (volutamente uso la maiuscola!) dove si cresce insieme cercando l’uomo con la lanterna di Diogene. Il sangue sulla città invoca prepotente un’alleanza educativa che veda impegnati tutti, a prescindere dagli schieramenti politici o religiosi, in un’impresa ancora possibile, prima che sia troppo tardi, per un’opera capillare di alfabetizzazione ai sentimenti, al vocabolario e alle parole che hanno un peso e possono uccidere, alla ricerca di un’antropologia che aiuti i nostri figli a districarsi nella foresta della comunicazione dove tutti gridano e vogliono manomettere il DNA dell’essere umano. Questa assemblea costituente sull’emer – genza educativa è ancora possibile oggi prima che accada l’ir – reparabile e invoca larghe convergenze di genitori ed educatori che abbiano ancora a cuore il futuro stesso dell’umanità. Oggi, Domenica del Buon Pastore, busso alla porta di ogni casa e di ogni istituzione civile e, prendendo a prestito le parole del vangelo, mi presento dicendo: “Mi importa di te!”. È la parola dell’amore che apre anziché chiudere, che perdona al posto di condannare, che inventa tavoli di dialogo e non il “si salvi chi può!”. Mi importa dei giovani carnefici e della loro vittima, di questa città che nel sogno del Sindaco Di Nunno doveva essere “giardino” ed è diventata giungla, mi importa il disorientamento dei genitori e la loro paura di porre divieti, mi importa il sangue che stasera vedo scorrere, più copioso del Sabato o del Fenestrelle, per le nostre vie, per le nostre vite, mi importa dei bambini con le mani giunte per la Prima Comunione che possono diventare killer mentre noi monitoriamo il Covid in maniera ossessiva e non ci accorgiamo che dilaga silenzioso “il male di vivere”. Mi importa di te, di voi, del presente, del futuro di questa città. Per questo stasera non mi dimetto.

di Arturo Aiello, vescovo di Avellino