Il segnale che verrà dall’Umbria

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Il segnale che verrà dall’Umbria

Tra le venti regioni italiane è la sedicesima per superficie e la diciassettesima per popolazione, eppure l’Umbria, dove si vota domani per il rinnovo del Consiglio e l’elezione del presidente della Giunta potrebbe segnare un punto di svolta nella politica nazionale: cinquanta giorni dopo l’insediamento del secondo governo Conte, la coalizione Pd-Cinque stelle è chiama ad una prima verifica elettorale ricca di incognite quanto scontata nell’esito immediato. Le previsioni, confermate dai sondaggi, danno per sicura la vittoria del centrodestra a trazione salviniana, che già guida le principali città, a cominciare dal capoluogo Perugia; al punto che un risultato a sorpresa, con l’affermazione del centrosinistra avrebbe del miracoloso (il che nella terra di San Francesco è sempre possibile). La campagna elettorale e l’immediata vigilia del voto hanno visto, sul versante dei partiti di governo, una contraddizione stridente: da una parte si sostiene che comunque vada non ci saranno ripercussioni sugli equilibri nazionali, dall’altra l’affollarsi di tutti i leader, tranne Matteo Renzi, insieme a Giuseppe Conte sul palco di Narni per l’estremo appello agli indecisi dimostra che il governo è consapevole dell’importanza della posta in gioco, che non è la guida una piccola regione ma forse l’esordio di un nuovo progetto politico. Qualche giorno fa Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali e capo delegazione dei democratici nell’esecutivo lo ha detto esplicitamente: “Dobbiamo trasformare questo governo nell’incubatore di un’alleanza Pd-M5s”, e l’assenza del fondatore di Italia viva dimostra che di questo si tratta; perché Renzi, che pure ha dato un impulso determinante alla nascita del Conte bis, non vuole trasformarlo nel paradigma di una stagione politica duratura. Ha bisogno di tempo per far crescere il suo partito nei territori e per rafforzarlo in parlamento con altri ingressi, e quindi non ha interesse ad una interruzione immediata della legislatura; ma oltre non vuole andare. Nel suo futuro vede una competizione su più fronti: col Pd per lo sviluppo di un riformismo moderno e post ideologico, alla Macron, con i Cinque stelle e con Salvini per battere il populismo nelle sue diverse declinazioni.

Progetti ambiziosi, che per il momento si scontrano con sondaggi piuttosto avari. Italia viva sarebbe soffocata nella culla da un voto troppo anticipato, il Conte bis subirebbe il contraccolpo di una vittoria del centrodestra in Umbria, a conferma di un trend positivo in tutte le regioni in cui si è votato nel corso dell’anno. Ecco dunque che l’appuntamento di domani diventa cruciale anche per Salvini e i suoi alleati, rinfrancati dal successo dell’adunata di San Giovanni e convinti di poter dare l’assalto a palazzo Chigi partendo dalla periferia.

Da lunedì in avanti tutte le ipotesi sul futuro faranno i conti con un dato di realtà. Ma intanto c’è da registrare che il governo arranca su più fronti, a cominciare da quello dei conti pubblici, terreno di scontro fra i principali partiti di una coalizione che dovrebbe diventare alleanza stabile; e che nell’Europarlamento la “coalizione Ursula” che ha fatto da levatrice all’esecutivo italiano è stata battuta anche grazie alle incertezze dei grillini sulle politiche migratorie.

di Guido Bossa