Il Sud deluso e ingannato

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Di Gianni Festa

Forse è giusto e opportuno, in questa fase, dire qualcosa in più sulla crisi che investe il Mezzogiorno e sui motivi che sono dentro l’irrisolta questione meridionale. A partire dal ruolo svolto dal sindacato. Premetto, per onestà intellettuale, che la critica mossa ai rappresentanti del mondo del lavoro, non ha assolutamente lo scopo di vanificare l’impegno dei sindacati. L’intenzione è di sollevare un dubbio sul ruolo, a mio avviso, di come si rappresentano gli interessi dei lavoratori. Prendo ad esempio il recente sciopero generale in tutte le regioni del Sud, indetto da Cgil e Uil. Precisando che una cosa è riempire le piazze protestando contro il governo, altro è offrire soluzioni ai problemi legati ai ritardi del Mezzogiorno. Il sindacato in realtà ripropone le difficoltà del Paese, in particolare del sud, soprattutto attenendosi al modello rivendicativo. Eppure ci sono emergenze, in particolare nelle regioni meridionali, che tarpano le ali ad ogni ipotesi di sviluppo. Mi riferisco alla presenza capillare della criminalità organizzata e alla latitanza della classe dirigente meridionale in Parlamento. Su questi temi il sindacato appare debole nel prospettare soluzioni in una società che cambia rapidamente. Oltre questa riflessione va detto che lo sciopero indetto la scorsa settimana, pur non tenendo conto della complessità della questione meridionale, è stato utile per rivendicare alcuni temi di stringente attualità. In realtà, il sindacato stavolta ha avuto il merito di denunciare le contraddizioni del governo Meloni e della sua politica approssimativa nei confronti del Sud. Temi come il salario minimo o lo spopolamento del Mezzogiorno, soprattutto con la cosiddetta “fuga dei cervelli”, o ancora il caso della autonomia differenziata regionale, su cui si insiste da parte dell’esecutivo, non possono essere elusi con semplici promesse. Di fatto, mentre si annunciano interventi a favore del Mezzogiorno, come la Zes unica (Zona economica speciale), il cui centralismo priva le istituzioni locali del necessario decisionismo e ci si confronta sui provvedimenti inseriti nella legge finanziaria, si scopre che al Sud vengono riservati pochi spiccioli. Di più. Al rifinanziamento dei contratti di sviluppo nel Mezzogiorno sono riservati solo 400 milioni. Come dire, una miseria. Eppure gli indicatori sociali testimoniano l’acuirsi di una crisi del Sud rispetto al Nord assolutamente peggiore del passato. Fatta eccezione per pochi elementi positive. Ci si interroga anche sullo sbandierato Piano Mattei che appare come uno slogan di stagione della premier che lo ha accantonato senza indicare quando e come esso potrà diventare operativo. Insomma, siamo alle solite nel senso che quando si tratta di prendere decisioni per il Mezzogiorno, il piatto piange. Per tornare al ruolo svolto dal sindacato la protesta, giusta e sacrosanta, trova, però, difficoltà a formulare una proposta organica e credibile. In realtà, resta il valore della mobilitazione contro i soliti mali endemici del Mezzogiorno. In questo vuoto di idee del sindacato e della classe politica meridionale avanza a carrarmato il governo Meloni con “Una manovra ingiusta e sbagliata” (Landini) che penalizza il sud e rende sempre più difficile l’unità del Paese. E’ quindi è il “governo Meloni che deve occuparsi del Mezzogiorno perchè –dice Landini – se il Sud non cresce, sarà l’intero Paese a pagarne le conseguenze”. In realtà, il Sud in questa fase subisce la prepotenza degli interessi del nord, che sta accaparrandosi anche quelle risorse del Pnrr destinate alle regioni meridionali. Per questo si assiste ad un silenzio colpevole e complice della classe dirigente. Essa, affidandosi alla stanca lamentela e allo spurio rivendicazionismo, usandoli come alibi, mostra i suoi limiti anche nella incapacità di spesa dei fondi europei, lasciando libero il pascolo alla malavita. In conclusione: “La rivoluzione o sarà meridionale o non sarà” con riferimento all’ipotesi formulate dall’illustre meridionalista Guido Dorso, in corrispondenza con Piero Gobetti. Oggi nel Mezzogiorno restano le contraddizioni di una società subalterna ad ogni tipo di governo, mentre si addensano nubi sul suo futuro.