In questo mondo…. e qui

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Il mondo in queste ore è attraversato da tragedie immani. In Siria, violando ogni principio di umanità, si uccidono inermi cittadini, soprattutto bambini, facendo uso di armi chimiche. La risposta di Trump è immediata. Missili atterrano nel paese governato da Assad, lanciando un chiaro avvertimento: pronti alla guerra. Putin non ci sta e condanna l’offensiva americana contro Damasco, facendo roteare i motori delle supernavi di guerra. Gli analisti prefigurano scenari preoccupanti. Non basta. A Stoccolma il terrorismo islamico continua a seminare morte e distruzione. Cambia la tecnica dell’attacco: dalle stragi con autobombe, all’immolazione dei kamikaze ed ora con i Tir lanciati a folle velocità su cittadini inconsapevoli. In realtà, nessuno può stare più tranquillo e in ogni paese, europeo o di altri continenti, la paura vince su tutto.

Anche l’Europa è travolta da una crisi profonda. La Brexit inglese è un chiaro sintomo del malessere. Soffia il vento del populismo. Che è la risposta demagogica al non governo dei problemi. Ciò provoca proteste e reazioni qualunquistiche che sfociano in uno spurio ribellismo di chi ritiene utile cambiare, senza indicare come e con quali strumenti. Nel processo di unità europea pesa soprattutto la scarsa sensibilità di chi dovrebbe aiutare a trasformare in meglio questa importante istituzione. Detto con chiarezza, il Parlamento europeo è visto, dalla maggior parte dei cittadini, come una specie di cimitero di invecchiati elefanti, spesso bocciati dai parlamenti nazionali. C’è un difetto di penetrazione nei territori, di comunicazione sui poteri che esercita, di diffusione capillare della gestione dei problemi. Non solo. A ciò si aggiunge la mediocrità di una classe dirigente nazionale, soprattutto meridionale, che, pur potendo cogliere una grande occasione di sviluppo complessivo dei territori, si limita a richiedere finanziamenti per progetti di scarsa rilevanza sociale. Sembra di rivivere la seconda fase della Cassa per il Mezzogiorno, quando interrotto il processo virtuoso della realizzazione delle grandi opere infrastrutturali, si registrò una corsa ad accaparrarsi i fondi per costruire fontanini e marciapiedi. Così, se non peggio, oggi in Europa.

Se ciò accade è perchè soprattutto nel Mezzogiorno non v’è una classe dirigente amministrativa e politica degna di questo nome. A chiedere i finanziamenti europei per progetti di pubblico interesse sono i più accorsati studi tecnici che concentrano spesso le possibilità di finanziamenti dei diversi settori di attività, lucrando quando questi vanno a buon fine. Al cittadino meridionale, dotato di intelligenza e di volontà, quasi mai arriva la tecnica del finanziamento che, invece viene garantita da una costosa intermediazione e da una fitta rete di rapporti di consulenza. C’è di più. A non poche realtà territoriali manca addirittura una capacità progettuale. I progetti vengono scritti male, non sono quindi presi in considerazione e restano orfani di finanziamento. Si va oltre. Non avendo spesso conoscenza dei progetti finanziabili dall’Europa, si finisce che le somme destinate al Mezzogiorno tornano a Bruxelles perchè non utilizzate. Se il Mezzogiorno è in ritardo ciò si deve anche a queste logiche perverse. Come invertire questa tendenza? Occorre una sana politica. Che oggi è latitante. Si identifica nei cosiddetti partiti personali, in uno sfrenato individualismo, in un deteriore familismo o, peggio ancora, in un ritorno del trasformismo, duro a morire.

Questi elementi di forte negatività si possono riscontrare anche in Irpinia, una terra un tempo di pane e politica, dove oggi la frantumazione delle forze in campo rende vana ogni riconquista della speranza. La rappresentazione plastica di questo malessere è data da ciò che avviene nel partito democratico irpino. Esso è segmentato in tante parti, ciascuna che agisce nella conquista di propri spazi di potere. Manca il confronto, non ci sono luoghi di discussione e del tutto assente è la partecipazione. Il cosiddetto direttorio ha tagliato le gambe alla necessità del dialogo tra gruppo dirigente e iscritti. Da anni non si svolgeva un confronto, così come è avvenuto qualche giorno fa quando la componente Irpinia di base ha chiamato a raccolta militanti e non per riflettere sulla crisi del partito. Lì, in realtà, si è compreso che se il cittadino è stimolato a partecipare accorre con interesse. Si dirà. E’ l’effetto dell’avvicinarsi della campagna elettorale che vedrà, da qui ad un anno, coinvolta la città capoluogo. Si potrebbe replicare a volte che il fine giustifica i mezzi.

Che sia, comunque, indispensabile collocare la città capoluogo al centro del dibattito politico è, nel contempo, una emergenza ed una urgenza. Sono tanti i guasti causati dal governo cittadino che si è mosso all’insegna dell’improvvisazione e del pressapochismo. Avellino oggi non ha ruolo. E’ territorio di affari e speculazione. Di opere incompiute e disagi quotidiani. E’ una città balcanizzata, da un tunnel che dovrà venire, mentre revisione prezzi dell’opera e proroghe non fanno intravedere tempi certi. E poi l’assenza di quel senso di appartenenza che rende tutto più difficile. Inutile qui ripetere, come tante volte è stato fatto, l’elenco dei cantieri aperti e mai conclusi. Ma per due questioni è anche l’indignazione dei cittadini che viene meno. Ci riferiamo all’apertura del centro per la cura dell’autismo di Valle (prima pietra diciassette anni fa) e la messa in liquidazione del teatro “Carlo Gesualdo”. Nel primo caso tutto porterebbe a ipotizzare che l’apertura del centro andrebbe a contrastare con interessi privati che gestiscono il sistema della riabilitazione, che è un mare magnum della sanità corrotta. Aprire quel centro, quindi, sarebbe come sottrarre alimento alle idrovore che resistono sul territorio. Per il Teatro Gesualdo si giunge al limite del possibile. La partecipata del Comune di Avellino non riesce a definire la gestione fatta. Il bilancio del teatro, quindi, comprometterebbe quello più complessivo del Comune. Che nessuno, o forse solo pochi, voterebbero. Allora che si fa? Il Gesualdo è stato messo in liquidazione, con una operazione fariseica che potrebbe avere anche gravi conseguenze. Per la città era un vanto. Ora è diventato un dannazione. Così è se vi pare.
edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa