Internati e profughi nella Grande Guerra

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Di Annibale Cogliano

La provincia di Avellino – al pari di altre province del Regno – fa presto a riempirsi di profughi e internati, regnicoli o italiani sotto il dominio austriaco, allontanati o espulsi dalle zone di guerra in modo coattivo (senza preavviso e senza indicazione dei motivi) dai Commissari civili, istituiti dal Comando Supremo. La prima profuganza (è il termine usato nei primi tempi per riferirsi a entrambi i gruppi) che giunge in Irpinia proviene da entrambi i fronti dell’offensiva italiana contro l’Impero austro-ungarico: dall’avamposto meridionale del Trentino austriaco (i comuni di Avio e di Ala, confinanti con la provincia di Verona, fra i primi territori occupati nel 1915); dai territori ai confini del Friuli occidentale, italiano, e dai territori occupati del Friuli orientale (dal 1866 restato sotto l’Impero austro-ungarico), al di qua dell’Isonzo. Sono i territori che diventano la grande retrovia italiana (Udine capitale, comandi militari, uffici, tribunali, ospedali, magazzini, traffici) per il fronte del Carso e dell’Isonzo. Preceduto da un primo controllo sanitario nelle stazioni di sosta prescelte dall’Inten – denza generale dell’Esercito presso il confine, l’avviamento verso le zone non di guerra del Paese è effettuato da treni speciali con vetture di terza classe, con ulteriore controllo igienico-sanitario, resosi necessario dai numerosi casi di infezione colerica registrati nelle zone di guerra sia fra i militari che fra la popolazione civile. Sono i primi effetti dell’adden – sarsi in zona di guerra di militari dell’esercito operante privo di servizi sanitari adeguati. Il rischio di una epidemia nell’esercito e nell’intero Paese getta nel panico il Comando Supremo e il Governo, anche per la delegittimazione cocente di chi, al Governo e in Parlamento, ha voluto la guerra senza preparazione A fine dicembre 1915, giungono altri 202 profughi, che si aggiungono ai 1113 già precedentemente ricoverati (termine in voga nelle istituzioni che se ne occupano); il 23 gennaio 1916 ne giungono altri 102; al 1° febbraio sono 1417; al 9 marzo, 1396. Nell’aprile del 1918, a cinque mesi dalla rotta di Caporetto, i profughi sussidiati dallo Stato sono 5.030, nel giugno sono 4.531, che restano pressoché invariati di numero sino al 30 novembre dello stesso anno. A tale cifra vanno aggiunti ancora oltre 2.000 profughi, transitati per periodi più o meno lunghi, per poi essere trasferiti altrove per ragioni di sicurezza o per ragioni umanitarie (ricongiungimenti familiari o condizioni di vita migliori in altre province) I profughi, alloggiati in 70 comuni (su 128 che compongono la provincia), sono per lo più donne, vecchi e bambini, molti dei quali orfani o separati dai genitori nella ritirata precipitosa e rovinosa di Caporetto (pioggia battente durante l’esodo, ponti abbattuti e fiumi ingrossati, vie di comunicazione interrotte, intralcio parossistico fra truppe in ritirata e popolazione civile allo sbando, paura per le truppe austriache e tedesche in rapida avanzata, ordini e contrordini che si sovrappongono, fuga delle autorità, o nelle affollate stazioni ferroviarie di accoglienza e città di smistamento. Raramente i nuclei familiari sono ricomposti nello stesso comune o provincia (il progetto ministeriale iniziale di raccogliere i profughi in colonie resta in gran parte sulla carta), con lacerazioni del tessuto sociale (i più fortunati hanno l’assistenza del proprio parroco che ha scelto di condividere la loro odissea, abbandonando suo malgrado chi è restato) e con comunicazione incerta fra le varie sedi di accoglienza. In quasi tutti i comuni che li accolgono, la solidarietà è a tempo, dal raggio corto, scandita com’è dalle parole d’ordine dell’assistenza patriottica predicata dalle autorità e dalle difficoltà di integrazione in un territorio povero di risorse, non solo economiche, ma anche culturali. Monasteri fatiscenti, vecchi castelli, locali comunali in disuso (spesso vere e proprie topaie) sono gli ambienti che per lo più li alloggiano in promiscuità e con esposizione a gravi malattie infettive, per i rigori invernali o per le pessime condizioni igieniche; molto raramente, se donne, case private con impiego in lavori domestici (e non di rado comprensivi di molestie e ricatti sessuali). Sporadiche le offerte di lavoro presso artigiani o presso proprietari terrieri. In taluni casi, la prostituzione è un lavoro come un altro per poter sbarcare il lunario o dare pane ai figli, condito da ipocrisia e scandalo dei benpensanti. Solamente in una minoranza esigua di comuni (meno di una decina) e sempre per brevi periodi, l’assistenza patriottica promuove asili infantili, scuole e refezione scolastica per i bambiniprofughi, lotterie di beneficenza, raccolta fondi, patronati locali di profughi (costituiti a seguito del DL. del 3 gennaio 1918, composti per lo più da amministratori comunali e sacerdoti). Per tutti, il protrarsi della guerra con il suo carico di caduti, mutilati, dispersi, prigionieri, requisizioni, caro-viveri, fame, crisi morale, porta ad un allentamento di attenzioni da parte delle autorità e a una caduta della già ridotta assistenza patriottica. E se, paradossalmente, è il fiume in piena dei fuggitivi di Caporetto a riproporre su scala nazionale il loro dramma, sul piano locale si accentua la loro emarginazione, con una diffusa xenofobia, che gli interventi censori del ministero Orlando e dell’Alto Commissariato non riescono a evitare. Ancora più dolorosa la condizione degli internati (domicilio coatto, precedente del futuro confino fascista) – circa 800 unità alla fine della guerra –, la cui permanenza si prolunga sino alla seconda metà del 1919. Per loro, nel Regno come negli altri paesi belligeranti, l’arbitrio è assoluto, perché non vi è alcuna convenzione internazionale che possa assicurare un minimo di tutela. Vani gli sforzi della Croce Rossa internazionale per alleviare la loro condizione. Né muta in meglio il quadro dopo Caporetto: ripristinato il controllo del potere politico su quello militare con Orlando e Diaz, il controllo sociale e politico passa allo Stato con pari, se non superiore forza coercitiva, e si estende a molte province del Centro-nord e a vaste zone lontane da quelle di guerra, comprese numerose città costiere del Sud del Paese: negli anni precedenti Caporetto, almeno vi erano stati tentativi di limitazione dell’autorità militare e spesso dibattiti accesi alla Camera sulle limitazioni delle libertà civili. Gli internati in gran parte sono trasferiti da altre province nel dicembre 1917. Avellino è, per gli ultimi due anni di guerra, equiparata alla Sardegna per la destinazione degli internati giudicati pericolosi in qualità di sudditi di Stati nemici. L’anno 1918 è quello di maggiore crescita dell’internamento, contestuale alle difficoltà di tenuta del fronte interno. Ad esso segue il primo semestre del 1919, caratterizzato da una impasse per il loro rimpatrio, che faranno come italiani austriacanti nelle terre redente. Degli internati al gennaio 1918 abbiamo un quadro analitico, redatto dalla Prefettura, prezioso per una statistica delle motivazioni d’internamento: misura d’indole generale per gli internati di origine straniera; misura d’indole generale per lo più e, raramente per sospetto spionaggio per gli internati irredenti (per alcuni vi è semplicemente la dicitura prigioniero di guerra). Per gli internati italiani residenti in Italia (Treviso, Vicenza, Trieste, Fiume, Arezzo, Genova, Vado-Savona, Portofino) vi è unicamente quella di misura precauzionale, ossia l’arbitrio dei Prefetti e della Polizia di Stato, che subentrano all’autorità militare nella caccia al nemico interno. Dalla nostra indagine sul caso irpino, riteniamo fondate le conclusioni del saggio di Sara e Giorgio Milocco [Milocco 2002.]: va ridimensionata la tesi che attribuisce al sospetto di spionaggio (e, in via subordinata, a rancori e interessi personali fra i residenti nelle terre occupate) la motivazione principale dell’inter – namento da parte del Comando Supremo o dell’autorità politica governativa (spesso su suggerimento dei fuoriusciti irredenti. L’internamento obbedisce prevalentemente a logiche di bonifica politica degli italiani irredenti di lingua italiana, in particolare di vescovi e parroci, che si oppongono o potrebbero opporsi alla redenzione. A decidere l’internamento, quasi sempre per semplice sospetto di favorire il nemico, è esclusivamente il Comando Supremo, almeno sino alla fine del 1917 I sudditi stranieri che lo Stato italiano considera italiani non regnicoli, sono gli stessi definiti nel 1915 e il cui riconoscimento sarà riproposto nell’immediato dopoguerra dal ministro degli Esteri, Sidney Sonnino: i residenti nel Soldati durante la Grande Guerra, in basso e a destra cittadini evacuati In quasi tutti i comuni che li accolgono, la solidarietà è a tempo, dal raggio corto Prima profuganza dall’avamposto meridionale del Trentino e dai territori ai confini del Friuli Canton Ticino, nella Valle dei Grigioni al di qua delle Alpi, nel Tirolo italiano, nel territorio austriaco della Contea principesca di Gorizia e Gradisca, nel litorale adriatico austriaco. A sua volta, la definizione giuridica riprende quasi pari pari una nota del Ministero degli Esteri del 3 giugno del 1870 e una sentenza della Cassazione del 23 aprile 1896 (con esclusione della Dalmazia). Quanto al sospetto per i regnicoli residenti nelle zone di guerra e anche non prossime alle zone di guerra, è da riportare parte dell’intervento alla Camera del leader socialista Filippo Turati, nella tornata del 6 giugno 1916. Tali critiche si risolveranno paradossalmente con risposte governative ambivalenti: in prima istanza il Governo, con circolare riservata del 20 dicembre, delega al solo Comando Supremo la funzione dell’internamento, limitandosi a raccomandare scrupolosità nei provvedimenti; salvo poi, di fatto, con l’avallo di un organo ad hoc costituito, la Commissione per la revisione degli internamenti, composta in prevalenza da militari, respingere le domande di rimpatrio (nella prima seduta, il 4 febbraio 1916, ne sono respinte 962 su 1878 presentate, lasciandone 466 in corso di revisione; nel maggio del 1916, su 3.270 domande di revoca per la sola Udine ne saranno accolte meno della metà: 1428). […] Noi ammettiamo in tempi di guerra anche il regime del sospetto, riconosciamo che in circostanze eccezionali un regime eccezionale può essere necessario, ma purché gli elementi del sospetto, almeno questi, cvi siano per davvero, e siano, almeno essi, constatati, vagliati, ponderati, prima di emanare provvedimenti di polizia che possono costare l’onore e la vita – sì anche la vita –dei galantuomini. Il regime del sospetto è triste e pericoloso, ma non è, non deve essere ancora, il regime dell’arbitrio assoluto. Anche il sospetto ha una sua procedura, ammette certe garanzie per quanto relative. […] Quando un Governo condanna al domicilio coatto dei cittadini senza dire il perché, senza interrogarli, senza contraddittorio, senza possibilità di difesa né di ricorso, quello che questi cittadini dicono è la verità e quello che dice il Governo è la menzogna; perché questa è legge della civiltà più fondamentale; perché quando uno è condannato senza sapere il perché, ha ragione anche se ha torto; perché questo è il principio più inconcusso della vita civile. Credo a tutti anche per un altro motivo: perché nelle loro lettere una nota è generale: coloro che hanno qualche cosa da nascondere supplicano umili la pietà; ma costoro, novanta su cento, non hanno che una nota finale nello strazio delle loro lacrime: «Vogliamo il processo, invochiamo il processo anche militare, anche dei tribunali di guerra; vogliamo essere processati, affronteremo volentieri la fucilazione o l’ergastolo, ma vogliamo sapere da chi e perché siamo accusati e condannati.» […]. Io non so se l’onorevole Salandra fosse già in quest’aula quand’io accennai al troppo facile alibi che egli si era procurato al Governo scaricando sulle capaci spalle del Comando Supremo, la responsabilità di tutti gli internamenti. Ed io difesi un poco il Comando Supremo. Ora io mi permetto di chiedere all’onorevole Salandra: tutti gli internamenti che sono stati fatti da luoghi estranei completamente e alla zona di guerra, e alle retrovie, e alla zona esterna delle retrovie[ Le province menzionate da Turati nel suo intervento: Belluno, Udine, Treviso, Venezia, Vicenza, Verona, Brescia e Sondrio. Tantissimi gli esempi di internamento di semplici cittadini, o socialisti ed esponenti del mondo sindacale: «I politici, quelli che rappresentano qualche cosa di degno e di nobile, gli organizzatori, i segretari di leghe, di cooperative, gli uomini che militano nei partiti, gli eletti dal popolo, questi non trovarono mercé. E la cosa non è strana! Me lo spiegava il collega Morgari che ha così spesso delle intuizioni infantilmente geniali. Mi diceva: è naturale, quando uno è sospettato di spionaggio può magari trovar modo di dimostrare che il sospetto è infondato; ma quando uno è accusato di essere socialista o sindacalista, come potrà dimostrare che non è vero? È socialista, è nemico del Governo e mandiamolo all’inferno, in nome della union sacrée… [Fra i tanti esempi addotti da Turati:] «Il Comando militare di Brescia ha impacchettato il municipio socialista di Gardone Val Trompia, inviando il sindaco in Sardegna, disperdendo assessori e segretari qua e là per l’Italia insieme agli operai organizzatori del paese, ricordo di averli potuti ripescare ad uno ad uno facendoli trasferire a Milano, a Torino, dove quei bravi lavoratori, la più parte meccanici, invece di languire nell’ozio col misero sussidio della lira della polizia, poterono ritrovare pane e lavoro». ], sono anche essi opera e responsabilità del generale Cadorna? […] Torniamo nella zona di guerra. Io so di gente che venne internata pel solo fatto di un cognome a desinenza tedesca – pur trattandosi di italiani quanto noi tutti. Tutti sanno come nelle radiose giornate di maggio, quando a Milano i carabinieri sorvegliavano i saccheggi perché non facessero male a nessuno i pianoforti e gli arredi che si gettavano dalle finestre, in quelle radiose giornate di maggio vi fu una quantità di devastazioni non dovute che al fatto della desinenza esotica del nome della famiglia presa di mira. Lo stesso è avvenuto in materia d’internamento. […] Delle donne sono state internate sol perché hanno sposato dei triestini e dei trentini! […] L’Austria ha internato gli italiani validi alle armi. È una misura di difesa. Voi avete mandato in Sardegna tutti gli austriaci o supposti austriaci o italiani con nomi austriaci, o italiani reduci dall’Austria dove lavoravano, perché l’Italia non dava loro lavoro, senza risparmiare i vecchi, le donne, i bambini. Poiché li avete mandati in luoghi di malaria… è vero che fornite loro il chinino di Stato, ma parecchi ci han lasciato la pelle. […] Che dire degli irredenti? Non fu mai più feroce sarcasmo di quello che ha colpito coloro che irredenti ed irredentisti, fuggirono dagli Stati austriaci per non portare le armi contro l’Italia e, cercando rifugio da noi si videro accolti dai carabi ieri e comandati al confino. […] Quando avete detto che facevate una guerra democratica, noi non vi abbiamo creduto; ma se anche vi avessimo creduto, ci saremmo ben presto ricreduti, quando abbiamo, visto di quali mezzi vi valevate durante il periodo della guerra democratica. Dacché avete messo il nostro paese al disotto di tutti gli altri in materia di polizia, noi non possiamo credere a nessuna vostra idealità che vi animi, ed anche per questo, oltre che per il resto, noi vi ripetiamo: siano pur tutti con voi, noi no con ciò salviamo l’onore, salviamo l’avvenire: il nostro, e quello del paese!” [ AA. PP., Camera dei deputati, tornata del 6 giugno 1916, pp. 10537-39.] Possiamo ora soffermarci meglio sul nucleo teorico centrale dell’irredentismo: se l’Italianità è data dalla lingua, altra cosa è il riconoscimento dell’irre – dento che aspira ad essere cittadino del Regno d’Italia. Prendiamo alcuni casi dallo schedario[Schedario in senso lato: non è il materiale documentario successivo del Casellario politico centrale, ma è il carteggio raccolto intorno alle petizioni-suppliche degli internati (e dei profughi), che, data l’impossibilità di ricorrere in appello, costituiscono di fatto un vero e proprio ritorno alle suppliche al re dell’ancien régime.]di tanti internati conservate nel fondo della Polizia giudiziaria dell’Archivio Centrale dello Stato. Antonio De Grassi[ Cfr. ACS, PG 1915-1919, b. 1246, sub voce Boemo Erminia. Il fondo, di grande valore storiografico, costituito da oltre un migliaio di faldoni, ricchissimo di microstorie paradigmatiche della Grande guerra, è stato solo di recente oggetto di consultazione.], ex prigioniero di guerra, liberato con la condizionale, è stato trasferito da Firenze (sede di smistamento dei profughi e internati per il Centro-Sud e le isole, cui si affianca Milano per il Nord) a Nuoro per ricongiungersi con la madre. Dalla sua lettera da Firenze, del 19 ottobre 1918, indirizzata al Ministero dell’Interno: nato a Grado (in provincia di Gorizia, dove convivono austriaci di etnia italiana e slava), diserta dall’esercito austriaco il 22 settembre 1917, unitamene a 5 suoi compagni, da Pirano d’Istria, su una barca, e si consegna al comando italiano di Grado. Per 5 mesi è trattato come prigioniero di guerra, intanto che sua madre e quattro sue sorelle sono state internate in Sardegna nel febbraio del 1916, dopo l’occupazione italiana di Grado. A fine giugno 1918, Pasqua De Grassi, la madre di Antonio, nata nel 1866, a nome della famiglia fa domanda (accolta nell’agosto, tranne che per lui, per il divieto opposto dal Comando Supremo e, di riflesso, dalla Prefettura di Firenze) di trasferimento a Sesto Fiorentino per unirsi alla restante famiglia i cui membri, a differenza dei congiunti internati in Sardegna (il padre, il marito, un fratello e altre tre sorelle), sono fuggiti da Grado e considerati profughi dopo la rotta di Caporetto. Il Comando Supremo, con nota del 18 luglio 1918, a firma del suo segretario generale, ancora nel luglio 1918, pur dando il placet per il trasferimento della sorella e delle sue 4 figlie, reitera i sospetti di spionaggio sul conto del fratello Antonio De Grassi: «De Grassi Pasqua in Boemo e figlie Angiola e Maria, da Grado, vennero allontanate dalla zona di guerra per misura di polizia militare nel gennaio 1916, perché avevano dato ricovero nella propria casa al rispettivo fratello e zio Boemo Filippo, sbarcato a Grado, evidentemente da Trieste o da altro porto in potere del nemico in circostanze assai misteriose e con forti sospetti di spionaggio.» Fontanon Giuseppe[Cfr. ACS, PG 1915-1919, b. 1258, sub voce,], triestino, internato per esigenze militari dalla zona di guerra (il prefetto di Palermo, nella stessa nota al Ministero, lo qualifica indifferentemente come internato o profugo), ottiene il trasferimento da Palermo a Monteforte Irpino, il 6 maggio 1916, per ricongiungersi al padre e ai fratelli, lì residenti (la residenza fissa è di solito riservata ai sudditi di stati stranieri o a color che non hanno risorse proprie per mantenersi senza sussidio statale, ma, come in questo caso, vi è abbastanza elasticità nel trattamento riservato alle varie categorie di provenienza di internati). In realtà, stando alle sue dichiarazioni, egli ha disertato dall’esercito austriaco nel mese di dicembre del 1914 (fuoriuscito secondo la classificazione delle autorità italiane), per poi vagare fra Udine Milano per 4 mesi, sino ad arruolarsi come volontario ed essere riformato. Trasferito a Palermo, ha trovato lavoro, ma ha perso il sussidio di una lira al giorno, che non era bastevole per sfamarsi. In Palermo e a Termini Imerese ha dato problemi ad altri profughi nei locali che li ospitavano, tanto da essere trasferito ad un’al – tra località palermitana. A Palermo ha altresì tentato di imbarcarsi per Napoli, cosa per la quale ha subito un processo per direttissima con condanna ad un mese di detenzione.

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