Io, irpino sotto le torri

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Occhi sgranati. E bocche aperte. Così abbiamo vissuto la mattinata del giorno in cui il mondo sarebbe cambiato. Per sempre.

Sulle prime, i due aerei conficcati nel World Trade Center ci sembrarono un accadimento che aveva superato ogni ipotesi di attentato. E anche ogni immaginazione. L’irrealtà che diventava realtà era invece davanti ai nostri occhi sgranati, appunto. Le radio gracchiavano le prime notizie. Le televisioni diffondevano le prime immagini.

Per un irpino sotto le torri le similitudini con il nostro terremoto furono tante: ipotesi, notizie confuse, informazioni vere miste a quelle false. Simili anche i primi pensieri. Il primo in assoluto fu comunicare alla famiglia di essere vivo. Poi accadde il collasso delle torri. L’irreparabile.

Il punto di non ritorno. La prima giornata trascorse nel tentativo di dare una mano. Le altre nella solitudine spettrale di Manhattan che puzzava di acciaio fuso e risuonava di sirene americane. Polizia, vigili del fuoco, i van neri delle squadre speciali e dei servizi segreti.

Dopo aver realizzato che l’irreparabile era ormai accaduto tememmo che quella contaminazione di razze che è New York potesse risolversi in una guerra etnica, in una voglia di vendetta degli americani contro chiunque non fosse chiaramente riconoscibile come tale. Per fortuna non accadde.

E anche in questo, oltre che nella straordinaria solidarietà che riempì Manhattan ormai isolata dal resto del mondo, si rivelò la grandezza di un popolo ferito a morte ma non per questo imbarbarito. A pensarci oggi, venti anni dopo, sarebbe bastata una sola scintilla per trasformare quello che era già un inferno in una catastrofe nella catastrofe.

Niente di tutto questo. Bianchi e neri, occidentali e mediorientali, turbanti e coppole, barbuti e visi appena rasati continuavano a stare insieme a parlarsi a condividere quel dramma senza fine. Una grande lezione di civiltà che però non arrivò a tutti. Il dolore appartenne alle comunità.

La politica già organizzava risposte. Quella più fallimentare è durata venti anni. E si è conclusa il 31 agosto di quest’anno con l’ultimo generale americano salito a bordo dell’aereo militare per lasciare Kabul. Quell’ultimo uomo con l’elmetto non ha lasciato solo il terreno della capitale afghana. Dietro alle sue spalle ha abbandonato una terra il cui destino ora è incerto.

Incerto lo è anche il nostro. Che venti anni dopo chiudiamo gli occhi per rivederli spalancati davanti a quelle immagini. Scene che hanno annullato con un volo la vita di chi si è visto perduto. Immagini che hanno cambiato la vita di chi c’era. E di chi non c’era. Perché venti anni fa il mondo è cambiato davvero. Per sempre. Per tutti.

di Carmine Festa