La battaglia si vince con Bruxelles

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E’ passato più di un mese dal primo caso di coronavirus in Italia. Era il 21 febbraio a Codogno in Lombardia. Da allora si è assistito ad un’escalation della diffusione dell’infezione e, parallelamente, si sono susseguite le misure adottate dal Governo per frenarne la corsa.  E risulta evidente ogni giorno di più che il dramma provocato dal virus durerà a lungo. Nessuno di noi potrà mai dimenticare queste giornate.  L’agenda delle nostre priorità si è radicalmente modificata. In un mondo che è cambiato così rapidamente ci siamo dovuti adeguare al rispetto delle regole in un periodo dove viviamo con norme sempre più stringenti.  Siamo in uno scenario ad alto rischio per le democrazie occidentali che devono far fronte ad una pressione sui propri sistemi sanitari, economici, produttivi e sociali.  Bene ha fatto l’Europa a prendere misure drastiche come l’aver sospeso il patto di stabilità dando così la possibilità ai singoli Stati di immettere denaro nelle rispettive economie. E’ una decisione importante perché tra le tante questione dell’oggi legate al domani c’è quella che con questa crisi ci possiamo giocare il futuro dell’Italia nell’Italia nell’Unione europea. Il nostro è da un po’ di tempo diventato un paese euroscettico per via della crisi economica del 2008 e di quella dei migranti durante la quale non siamo stati aiutati dalle altri capitali.  La battaglia però si vince con Bruxelles e non fuori da Bruxelles. Stiamo combattendo una battaglia contro un virus che Carlo Verdelli ha paragonato al diavolo che sfiora con la punta della coda gente qualunque di tutte le età, stelle di Hollywood, scrittori di fama, generali, segretari di partito, giocatori della nostra serie A e della Nba statunitense e da ieri perfino il principe Carlo. Una situazione che non ha precedenti salvo quelli relativi al periodo 1940-1945, quando c’era la seconda guerra mondiale. Sono in tanti a fare paragoni con quel periodo e molti invocano, come accadde alla fine del conflitto, l’adozione di un piano Marshall, cioè un programma straordinario di aiuti concessi nel 1947 dagli Stati Uniti all’Europa e in particolare all’Italia che ottenne un miliardo e 204 milioni di dollari. Un paese distrutto dai bombardamenti fu capace in pochissimo tempo di risorgere economicamente fino al clamoroso boom della fine degli anni cinquanta. Il mondo nel frattempo è radicalmente cambiato ma noi ci sentiamo esattamente come gli italiani di allora, stiamo combattendo una guerra senza armi ma altrettanto pericolosa e che ci vede rinchiusi nelle nostre case ascoltando solo il rumore del silenzio. Vittime di un esperimento mai sperimentato. Ed ecco che allora ci vuole molta consapevolezza e molta responsabilità da parte delle istituzioni e da parte nostra. Una collaborazione necessaria per far ritornare il prima possibile la vita di tutti i giorni.  Le grandi città non sono più il formicaio a cui eravamo abituati e nei piccoli centri si mantiene la posizione cercando di non perdere la solidarietà. Come ha scritto Marco Damilano avremmo il disperato bisogno  di dare un senso a quanto stiamo vivendo ma negli ultimi anni le strutture di senso sono state abbattute: la famiglia, le ideologie, le appartenenze politiche, sindacali e associative, le fedi religiose perché erano rifiutate come legami oppressivi  da sciogliere in nome della libertà individuale.   Nessuno di noi sa esattamente quanto questo periodo durerà, sappiamo però che non saremo più gli stessi di prima. Lo spartiacque coronavirus è destinato ad essere un segno indelebile. Lo scrittore israeliano David Grossman sostiene che se oggi “l’umanità spegne i suoi lampioni l’uno dopo l’altro, quando l’emergenza sarà finita ne uscirà migliore perché più consapevole della sua fragilità e della caducità della vita”.

di Andrea Covotta