Giustizia e dintorni: la Befana del giudice Degni

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Di Gerardo Di Martino

Cosa avrà portato la Befana al magistrato Marcello Degni? Cioccolata o carbone? Non lo sapremo mai. Possiamo però immaginare ciò che l’aspetta. E non sarà un bel periodo. Da giudice in servizio presso la Corte dei Conti ha scritto sui social il suo pensiero: un’occasione persa per il partito democratico e l’opposizione non aver fatto sbavare di rabbia il Governo, visto che c’erano tutte le condizioni per l’ostruzionismo e l’esercizio provvisorio. Fosse confinata al rapporto tra partiti e magistratura associata, beh, potremmo pure sederci ad assistere, assuefatti e giammai persuasi, all’ennesima sfiorettata tra giganti della daga, su chi ha invaso cosa, tra chi resiste e chi abusa, chi ce l’ha e chi ci fa.

In realtà il punto sembra più impenitente. L’avranno ben inteso i suoi Colleghi componenti del Consiglio Superiore della Magistratura e del sindacato, l’Associazione Nazionale Magistrati, che lo hanno immediatamente deferito e scalciato, a tempi di record e senza nemmeno ascoltarlo. D’altronde, da magistrati, se non loro chi? Eh si. Perché la legittimazione che ha dovuto avvertire il giudice Degni nello scrivere proprio ciò che pensava, non giunge dalla sua poca o tanta idoneità a svolgere la funzione. Men che mai dal grado di connessione con il tempo e lo spazio. Consiste piuttosto in un atteggiamento, una maniera di essere e di sentire.

Quando si è magistrati non ci si può sottrarre. Inoculati con il siero della legalità, si è obbligati a resistere, per difendere la Costituzione, i valori e l’ordine costituito. In una forma di “autogoverno totale” contro ogni tentativo di eversione, vero, supposto o ritenuto. Un potere che muove da un dovere cogente: adempiere alla propria funzione imperativa interpretando la legge, alla quale soltanto si è sottoposti, per dirigerla verso la verità.

Quale? La propria, fonte inesauribile di migliore sorte per il diritto, la società, il mondo. Soprattutto per ogni giudizio che si è chiamati a pronunciare e che coinvolge beni, averi e vita…di chi? Degli altri. Insindacabilmente. Inutile avere contraddittori da ascoltare, a questo punto. Estenuante doversi trascinare in confronti con pensieri, versioni e ragioni altrui. Chi mai non si sfiancherebbe, conscio di incrociare già il giusto e gli accadimenti, a prescindere?

Sarà sufficiente sovrapporre lo scopo istituzionale con il proprio convincimento, per rendersi conto, ogniqualvolta ne è richiesto dalla funzione esercitata, che la legge, una volta interpretata, va nello medesima direzione, indica la stessa rotta. Incredibile. Bendati come la Dea. Liberi come il proprio convincimento. Autoreferenziali ed immuni come solo la norma può e deve essere, a maggior ragione se la si maneggia minuziosamente.

Custodi della verità e del sapere, non si avverte il bisogno di altro o altri per capire cosa e come fare, quale regola applicare; come e perché; chi è colpevole e chi no; se l’attore ha ragione oppure il convenuto, piuttosto che torto il ricorrente o il ricorso. Perciò penso che la Befana, sotto sotto, abbia riempito la calza del giudice Degni di ghiotti bonbon. Per aver posto ciascuno di noi di fronte adun dubbio: stando così le cose, ci possiamo fidare?