La debolezza culturale dell’Irpinia: superare l’attuale stato di minorità

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di Mino Mastromarino

In un intervento di qualche mese fa sul Corriere del Mezzogiorno, Goffredo Fofi almanaccava: << da Nord a Sud dell’Italia è sempre stata forte la vitalità della provincia che, anche quando sembrava ed era davvero addormentata, nascondeva però fior di scrittori che si ostinavano a pensare e a scrivere >>. C’è da chiedersi se  la vitalità culturale possa predicarsi anche dell’Irpinia di oggi, nel primo ventennio del XXI secolo. Indagando -magari e non solo-  la perdurante rilevanza sociale dell’intellettuale, di colui cioè che si ostina a pensare e a scrivere di sé e del mondo che l’attornia, senza altro interesse che quello culturale.

Non si intende qui parlare del tradimento dei chierici, che c’è stato e c’è ancora. Per un’area del paese che ha avuto la fortuna  di dare i natali a Francesco De Sanctis, non ha senso nemmeno discriminare  tra cultura popolare e alta cultura.

L’Italia ospita  la maggior parte del  patrimonio culturale del mondo, circa il 65%. Ciò nonostante,  occupa gli ultimi posti in Europa per pratiche culturali e numero di laureati; e si colloca alle prime posizioni quanto ad  analfabetismo funzionale e abbandono scolastico.

La nostra provincia non risulta essersi discostata da tale paradosso, si parva licet. Con la precisazione che nel suo patrimonio culturale debba  ritenersi compreso anche il pregio naturalistico. D’altronde, per la valenza statistica, anche se la percentuale di laureati fosse elevata, bisognerebbe verificare quanti poi decidono di impiegare le proprie competenze in loco, e quindi di  restare.

La promozione culturale organizzata dagli Enti Pubblici  ( Regione, Provincia e Comuni ) e dagli Enti collegati, sebbene costante e considerevole per quantità, è fallimentare, perchè non ha conseguito nessuno degli obiettivi che, con urticante enfasi, vengono sistematicamente annunciati:   incremento del capitale cognitivo, rafforzamento e creazione di legami sociali, riqualificazione e rigenerazione dei territori, inclusione, cittadinanza attiva, contrasto dell’emorragia demografica. Non a caso, Massimo Cacciari, a proposito della capacità della pubblica amministrazione di generare cultura, ha condivisibilmente denunciato:  “  Ma quando mai la cultura è stata inventata o si è espressa all’interno di istituzioni e strutture per loro essenza governativo-burocratiche? Per qualche felice caso, per eccezioni che confermano la regola, che è quella che a loro spetta essenzialmente pubblicizzare il già noto “.

E’ la  perniciosa retorica del territorio e delle (cosiddette) eccellenze. L’energia collettiva innescata dall’istanza culturale si traduce in un’azione e in un’ efficacia corali e pervasive, ed è altra cosa rispetto al compiaciuto assillo del  rapporto esclusivo con il genio.  E’ simile alla cifra del buon insegnante: aver portato, ai massimi livelli educativi, la maggior parte della classe, indipendentemente dalla percentuale degli alunni talentuosi.

 

Politica e burocrazia sono inguaribilmente conformiste, incoraggiano e sostengono i fenomeni culturali già consolidati o, peggio, esauriti. Sono ontologicamente aliene dai principi della creatività estetica;  benchè facili a finanziare iniziative pseudoculturali oppure, nel migliore dei casi, prive di qualsivoglia ricaduta sul tessuto sociale di appartenenza. Si registra spesso la insulsa gara a chi  è più bravo a organizzare incontri  con personaggi famosi ( dello spettacolo, del giornalismo televisivo, della narrativa) la cui opera e testimonianza sono tuttavia estranee o sconosciute  al pubblico di destinazione.

E’ vero. C’è il Santuario-Abbazia di Montevergine. C’è il Teatro Gesualdo. C’è il Museo Irpino. Ci sono istituzioni e agenzie culturali di conclamato prestigio, come Nuovo Meridionalismo e il Corriere dell’Irpinia. Ce ne sono altre che svolgono attività propriamente didattica, ma dotate di sicura vocazione alla incidenza culturale, come il Conservatorio e l’Istituto Agrario.

Abbiamo assistito speranzosi al varo dell’ ambizioso quanto generico programma di sviluppo provinciale, denominato  ‘Sistema Irpinia’, che, per ora, sembra essersi arenato nelle secche dell’avvicendamento dei vertici, e non ha innescato alcun processo culturale di rilievo. In realtà, mancano idonei  luoghi di produzione culturale . Luoghi fisici come piazze, teatri, edifici;  e luoghi relazionali quali redazioni di riviste, compagnie e scuole  di recitazione, laboratori di scultura e pittura, destinati stabilmente e specificamente a fare o tentare di fare cultura , nonché a determinare il confronto corporeo e ideale del e con il pubblico: ossia l’arte della conversazione.

Per anni ci siamo illusi che il progresso tecnologico  potesse – sic et simpliciter – assicurarci la fruizione dei luoghi di cultura; e che la facilità di accesso corrispondesse alla certezza di ricezione dei contenuti culturali . Stiamo realizzando però che connessione non equivale a relazione. Chattare non coincide con conversare. Anzi, l’ eccessiva utenza digitale può addirittura tramutarsi in narcisismo, solitudine passiva e alienazione, e provocare effetti esattamente contrari a quelli garantiti  dalle  attività culturali tradizionali.

Altro elemento di fragilità territoriale è la carenza di  (vero) mecenatismo, che, diversamente dall’opinione comune, è (o almeno è nato come) un dispositivo morale di ausilio solidale alla collettività. L’esperienza storica abbonda di esempi di eccelse intellettualità, emerse proprio grazie al generoso intuito di mercanti facoltosi.

Il precipitato della debolezza culturale dell’Irpinia  è l’assenza di qualsivoglia riferimento simbolico.

Ogni irpino si è trovato nei contesti più disparati in cui, appena ha aperto bocca ,  è stato subito identificato come ‘napoletano’. Il che ovviamente non è una diminutio. Serve però a comprendere che l’Irpinia non è conosciuta né riconosciuta al di fuori dei confini regionali, se non per il terremoto del novembre 1980. Non è cioè collegata, nemmeno nell’immaginario nazionale, ad alcun segno distintivo del nesso territoriale.

Tanto avviene – ad esempio – per la produzione vitivinicola. Si lamenta una scarsa penetrazione dei vini irpini nei mercati italiani e internazionali: ossia la loro seria difficoltà ad essere apprezzati come meriterebbero. Il che stride contro il fatto che all’Irpinia siano state tributate  ben tre DOCG: Fiano, Greco e Taurasi. Non si tratta di discuterne la qualità commerciale, bensì di ammetterne la povertà simbolica, espressiva: in una parola, culturale. I nostri tre grandi vini non sono ( ancora)   rappresentativi di alcun  territorio ma solo di sé stessi, nel senso che non sono associati ad alcuna tradizione o riferimento pubblico di valenza extramercantile. A differenza di quanto avvenuto e avviene ( sicuramente per il concorso di altri e molteplici fattori ) con i vini della Toscana e del Piemonte. Eppure, basterebbe abbinarli al folklore della nostra terra, cospicua riserva valoriale .

Il deficit di capitale simbolico sta erodendo pericolosamente anche l’aureo perimetro delle tradizioni popolari, in particolare del Carnevale delle cui tante e originali declinazioni l’ Irpinia può vantarsi.

Ultimamente, è stata finanziata con fondi pubblici  una sorta di iterazione carnevalesca in estate,  nei Comuni di Montemarano , di Castelvetere sul Calore ed altri. Il vulnus, oltre all’ anacronismo stagionale di cattivo gusto e alla insensata sovversione dello statuto carnascialesco, deriva dalla abolizione della ritualità, quale tratto costitutivo di ogni tradizione  e, segnatamente,  del carnevale montemaranese.   Chi ha organizzato, permesso e caldeggiato l’obbrobrio del carnevale estivo ne ha decretato l’impermanenza , avviandone la progressiva scomparsa.

Della tradizione non sono importanti né l’origine né il motivo contingente. E’ invece essenziale la cerimonia ripetitiva degli atti e degli avvenimenti in cui si articola,  con invariate gestualità, spazialità e temporalità.

Una volta, per rappresentare con formulazione sintetica tutto ciò che connotava uno specifico territorio, si ricorreva al suggestivo sintagma del genius loci.

Non sappiamo se l’Irpinia ne sia dotata; ma, se ce l’ha, esso, prima che si isterilisca irrimediabilmente, può venir fuori soltanto mediante la cultura (popolare e non).   E’ stato sostenuto ( Becattini ) che è il luogo a educare la comunità che lo abita; è il patrimonio di saperi, culture, esperienze, tradizioni a fornire alle persone che vivono in un certo luogo la direzione da percorrere per la crescita, per il proprio arricchimento continuo nel tempo.

Questo processo formativo si chiama coscienza del luogo. Ovvero Cultura.