La guerra è la morte della ragione

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Di Monia Gaita

L’Europa scende in campo contro la guerra. Ha paura di questa guerra che dal versante orientale minaccia anche i nostri spazi. Così, dall’angoscia del Covid, veniamo subito risucchiati da una nuova sventura; di disgrazia in disgrazia si direbbe, disgrazia per chi la vive da vicino innanzitutto, ma poi anche per quegli Stati che fungono da organi o apparati del complesso sistema Europa. Sappiamo che il fulcro indispensabile delle comunità è la collaborazione, l’ordine interno e l’equilibrio, e che la transizione a un modello di sviluppo globale e unificante risulta una sfida ardua, insidiata da parecchie mine. L’atto di fondazione di ogni progresso consiste nella pace dei cittadini. La dōs o dote che bisogna fornire ai territori per sostenere gli oneri della prosperità è la concordia sociale. Perché un presidente entra in guerra? Perché rivendica il dominio su una zona, specie se si tratta di una zona ricca di materie prime: gas naturale, ferro, titanio, uranio, petrolio, argilla. Ecco la molla che fomenta l’Armata Rossa ad attaccare quelle estese pianure fertili: vuole annetterle alla Russia, lo Stato più vasto del mondo. Così, nel 2022 la guerra piomba col suo fumo di brutture nella routine quotidiana di milioni di persone. Noi che avevamo creduto di costruire sulle rovine delle passate civiltà una giusta pedagogia di tutele, garanzie e condizioni, e una trama condivisa di valori, ci ritroviamo difronte a un conflitto nel quale gli aggressori, ravvedutisi sul piano di una conquista lampo, stanno incontrando l’inattesa resistenza dell’esercito e del popolo ucraino. Molti fuggono in Moldavia o dove possono, ma l’interruzione dei collegamenti aerei tra la Russia e l’Europa ostacola e rallenta gli spostamenti. Se lì si fugge dalle granate, dai missili e dai tank (i carri armati capaci di abbattere in volo i proiettili nemici – vanno dalla taglia più leggera a quella superpesante), l’Europa fugge dal pericolo che la incalza dal bassopiano sarmatico, dai Carpazi e dalla penisola di Crimea di cui il governo ucraino non ha mai riconosciuto il conglobamento alla Russia avvenuto nel 2014. Ma l’Europa fugge anche dalla crisi del gas (importiamo il 30% di gas dalla Russia) e dall’aumento di prezzo di petrolio e grano. La Russia e l’Ucraina sono rispettivamente il terzo e il settimo paese al mondo nella produzione di grano. Al momento ne acquistiamo dall’estero il 40%. Per riempire il fosso del grano importato sarà necessario per gli agricoltori italiani seminare più granturco. Ridiventa attuale l’augurio espresso da Sandro Pertini nel 1979:«Si svuotino gli arsenali, si colmino i granai». All’emergenza energetica si affianca quella economica. Non solo la Volkswagen, la BMW e l’Ikea abbandonano il Paese, ma anche tante aziende nostrane dell’agroalimentare, delle telecomunicazioni, delle auto, banche e assicurazioni che decidono di disinvestire o sospendere l’attività  per problemi logistici e motivi di sicurezza. Si fugge dalla violenza edulcorata dalle false rassicurazioni del leader del Cremlino:«Facciamo di tutto per evitare vittime civili». Si fugge dai siluri, dal cattivo esito dei negoziati, dal delirio imperialistico del comando, dal rifiuto della ragione e del dialogo. Perché la guerra chiude il passo ai diritti umani e alla partecipazione democratica, incrina e reprime le libertà essenziali. Oggi in Russia e in Ucraina “pace” è una parola vietata. Se la pronunci in luogo pubblico finisci in carcere. Ad Atene nel IV sec a.C. nacque la Stoà, la Scuola più famosa nell’età ellenistica. Gli Stoici ponevano a principio dell’etica l’ “oikeíosis”, cioè la conciliazione che l’uomo instaura con sé stesso, con i figli e con i suoi simili. È quell’intesa che ci spinge ad amare gli altri perché non siamo solo esseri viventi, ma esseri razionali. La guerra, invece, è la morte della ragione.