La partita dei sovranisti in Europa

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La coincidenza cronologica fra la prima riunione ministeriale della Ue sotto presidenza austriaca (due giorni fa a Innsbruck), e il viaggio europeo di Donald Trump con tappe a Bruxelles per il vertice Nato, a Londra e infine ad Helsinki (dopodomani) per l’atteso faccia a faccia con Vladimir Putin, consente di tracciare un bilancio provvisorio ma realistico degli effetti della ventata sovranista, demagogica e populista che sta spazzando l’Occidente da un paio d’anni a questa parte. Dato il carattere di fondo del fenomeno, che fa leva sull’effetto-immagine per puntare a risultati concreti, bisogna distinguere tra i due piani per valutare oggettivamente una situazione che resta in divenire e che verrà sottoposta presto a concrete verifiche, con le elezioni di metà mandato in America (a novembre) e le europee della prossima primavera, quando saranno i cittadini del nuovo e del vecchio mondo ad esprimersi direttamente.

Sul piano dell’immagine, che è quello che in prima battuta interessa ai nuovi protagonisti della scena mondiale ed europea, il successo è innegabile. Il ciclone Trump si è abbattuto sui governi del Continente disarticolando il nodo vitale dell’alleanza militare transatlantica, e costringendoli ad un brusco cambio di prospettiva. Nella nuova ottica imposta dall’ingombrante e imprevedibile partner, gli interessi dell’America vengono prima di quelli dei governi europei, che si devono adeguare in posizione subordinata. Nel confronto tra le parti non più condotto, come nel passato, su un piano di parità, gli affari fanno premio su tutto: a Trump dà fastidio che gli europei strizzino l’occhio al Cremlino, ma ancor meno può accettare che preferiscano comprare il gas russo rispetto a quello americano. Che il primo costi di meno è un dettaglio trascurabile: l’egemonia economica e i diktat commerciali sono un supporto irrinunciabile del primato politico.

E’ ben vero che nei rapporti transatlantici una certa gerarchia era stata sempre rispettata, ma mai il principio era stato formulato così esplicitamente, non senza una certa dose di brutalità, fino alla minaccia dell’uscita unilaterale dalla Nato con conseguente abbandono al loro destino dei riottosi europei. La bandiera dell’isolazionismo  è stata poi ripiegata, ma l’ipotesi resta ugualmente sul tavolo con l’efficacia di un temibile deterrente; e il fatto che il presidente Usa abbia lasciato Bruxelles senza avere in tasca nulla di più di quanto già promesso in precedenza dagli europei non inficia il successo riportato anche grazie alle divisioni dei suoi interlocutori.

Nelle sue prime mosse sul palcoscenico londinese, Trump ha poi  ripetuto il copione atlantico, minando la credibilità del governo May ed esprimendosi a favore del ribelle Boris Johnson, il che fa del cattivo gusto un inedito ingrediente delle relazioni  internazionali. Per lui dunque un bilancio con luci ed ombre: gran risultato d’immagine, parità quanto agli effetti conseguiti. E la partita è ancora aperta, perché manca la tappa finlandese, che lo vedrà contrapposto a Putin, negoziatore, abile, roccioso e spregiudicato almeno quanto lui.

La ribalta europea è stata scelta anche da Matteo Salvini per rilanciare la sua sfida alla correttezza politica sul tema delle migrazioni, suo cavallo di battaglia preferito. Ha tenuto in ostaggio una nave militare con 67 disperati a bordo, ha svillaneggiato un paio di ministri, ha lucrato sulla latitanza del presidente del Consiglio e sulla distrazione dell’altro vicepresidente; ma alla fine ha dovuto cedere di fronte alla fermezza del Capo dello Stato. Dunque ha perso? Non certamente sul piano mediatico, dove ha tenuto banco indisturbato, oscurando anche l’effimero successo dei Cinque Stelle sui vitalizi degli ex deputati. In fin dei conti, ha incrementato il suo capitale di consenso, ottenuto incentivando i peggiori sentimenti degli italiani. Prima o poi passerà all’incasso.

di Guido Bossa  edito dal Quotidiano del Sud