La politica che parla alla gente 

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La straordinaria prova di maturità della politica tedesca, concretizzata nel decollo della Grande Coalizione, dovrebbe suscitare nell’opinione pubblica italiana una seria riflessione sulle fondamenta del nostro sistema democratico, nel quadro della irreversibile prospettiva europeista. I toni populistici dell’attuale campagna elettorale – in alcuni casi caratterizzati da una rozzezza culturale che non appartiene al nobile spessore della cultura italiana – ci costringono a domandarci quale futuro attende l’Italia.

Il ventaglio di proposte programmatiche offerto dai candidati, salvo qualche rarissima eccezione, non è credibile, addirittura suscita indignazione nell’animo della maggioranza degli italiani non più disposti a credere nelle favole, raccontate solo per un ridicolo tentativo di raccogliere il consenso degli sprovveduti. In realtà, se vogliamo salvare la nostra economia che mostra qualche segnale di crescita, bisogna salvaguardare l’equilibrio tra l’import e l’export. Vanno salvaguardati i settori economici e produttivi di interesse nazionale per i quali si privilegiano e si difendono le produzioni nazionali (vedi il caso ILVA); come peraltro fa tutto il mondo (la Cina lo fa più di altri). Va regolata efficacemente la finanza, soprattutto responsabilizzando gli speculatori globali, facendo loro capire che non potranno più, almeno in Italia, assumersi dei ruoli che non sono in grado di coprire e sperare di essere salvati dagli Stati e dai risparmi privati delle famiglie. In ogni caso, sia che si prosegua nelle politiche “palliative” tese a rendere meno acuti gli sconquassi sociali, a propagarli nel tempo, sia al contrario, non ci si rassegni al declino del Paese tentando il tutto per tutto, imboccando vie nuove per evitare un prossimo collasso economico e sociale, occorre dire la verità alla gente anche a costo di diventare impopolari. Questa esigenza è particolarmente necessaria nel corso dell’attuale campagna elettorale costellata da promesse non mantenibili e da programmi populistici privi di concreta fattibilità, a fronte, anche, della irreversibile e definitiva perdita della gran parte dei comparti industriali sul nostro territorio entro cui tenderanno a sopravvivere solo le attività economiche non delocalizzabili.

Di fronte a un simile scenario è d’obbligo domandarci dove andrà il Paese. È una domanda che diventa drammatica per i tanti giovani attanagliati dall’angoscia di non intravedere un barlume di futuro. La risposta non è facile, ma forse un possibile approdo di reminiscenza giovanile me lo può dare Beppe Fenoglio, con il suo libro “Il partigiano Johnny” dove un vecchio professore, appassionato di Kierkegaard, ci ammonisce: «Vedi, l’angoscia è la categoria del possibile. Quindi è infuturamento, si compone di miriadi di possibilità, di aperture sul futuro. Da una parte l’angoscia, è vero, ti ributta sul tuo essere, e te ne viene amarezza, ma d’altra parte essa è il necessario “sprung”, cioè salto verso il futuro». Dunque anche l’angoscia non impedisce di pensare al futuro, anzi può stimolarne la ricerca. Non a caso un’antica saggezza popolare ammonisce che è la necessità ad aguzzare l’ingegno. Ai nostri giovani smarriti bisogna far metabolizzare in positivo l’angoscia che li opprime indicandola come la via necessaria per approdare ad un futuro possibile: il giovane di S. Tommaso che recentemente ha scelto la via del suicidio probabilmente non ha avuto nessuno – famiglia, scuola, parrocchia – ad aiutarlo a “ruminare” l’angoscia mutuando questo termine da Papa Francesco. Credo che l’idea di futuro viaggi insieme all’idea di società: una politica nuova, capace di parlare al cuore della gente, può vincere le attuali paure, sapendo che chi ha paura non pensa al futuro e non lo cerca. L’attuale campagna elettorale raccolga questa sfida.

di Gerardo Salvatore edito dal Quotidiano del Sud