La povertà assoluta torna a crescere

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Valori mai così alti dal 2005

Di Matteo Galasso

Il coronavirus ha aumentato il numero dei poveri, rendendo ancora più difficile la vita per chi “povero” lo era già. Le stime preliminari dell’Istat di qualche settimana fa hanno evidenziato che nel 2020 la povertà assoluta in termini sia di famiglie sia di singoli individui ha subìto un enorme balzo in negativo, rispetto al precedente calo dell’anno precedente. Nell’anno della pandemia che ha stravolto il nostro Paese e il mondo intero si azzerano, infatti, i miglioramenti registrati nel 2019: il numero dei poveri che si rivolgono ai centri di ascolto delle associazioni come la Caritas è passato dal 31% al 45%, quasi il doppio rispetto alla stima precedente. E mentre molti dei privilegiati lamentavano di non poter uscire dalle proprie abitazioni o di non poter celebrare con delle feste gli eventi più importanti (compleanni, lauree, festività locali e nazionali), c’era chi non aveva nessuna casa dove essere “costretto” a soffrire l’isolamento e chi – con a carico una famiglia– perdeva il proprio posto di lavoro: in un anno sono 440.000 in più i disoccupati, di cui 300 mila le donne, considerate dai datori di lavoro come le prime da sacrificare.

Secondo l’Istat, della crisi economica seguita all’emergenza Covid-19hanno, chi più e chi meno, risentito la maggior parte dei cittadini. In termini di povertà assoluta le stime, elaborate secondo un campione di 25.000 famiglie su tutto il territorio nazionale, vedono aumentate rispetto all’anno precedente di 335mila le famiglie al di sotto della soglia della povertà assoluta, che portano il totale a più di 2 milioni di unità (dal 6,4 al 7,7 del totale). Per quanto riguarda i singoli individui, il numero complessivo sale da 4,5 a 5,6 milioni di persone(dal 7,7% al 9,4% della popolazione). Un aumento che danneggia ogni fascia o zona del Paese, ma con significative differenze: nelle regioni del Nord, infatti, il tasso di povertà assoluta cresce in modo più rilevante rispetto al Mezzogiorno (218mila famiglie in più contro le 64mila del Sud), del quale i valori restano comunque più alti. Probabilmente, le perdite dei posti di lavoro subiranno un ulteriore drastico aumento alla scadenza del blocco dei licenziamenti, che avverrà a partire dal prossimo 30 giugno.

Appare evidente che questa crisi sia stata e continuerà ad essere avvertita maggiormente dalle categorie che non ricevono nessun assegno mensile dallo Stato. Infatti, i dirigenti di piccole e medie imprese, sulle quali si basa la maggior parte del tessuto economico del Paese, hanno– insieme ai loro dipendenti – risentito maggiormente delle varie chiusure cui sono stati sottoposti, subendo drastici cali del fatturato: si stima che la pandemia abbia avuto significative ripercussioni sul 78% delle PMI. Alla fine del 2020 le imprese a rischio default sono passate dal 39% al 50%: chiaramente, la maggior parte di quelle che hanno addirittura azzerato i propri guadagni appartengono al settore turistico e gastronomico, che contribuiscono solitamente al 18% del Pil nazionale.

Gli unici che hanno invece beneficiato dell’emergenza sanitaria sono stati i miliardari, che dai 36pre-pandemia passano a quota 46. Una tendenza che conferma l’impoverimento della classe medio-bassa a favore di pochissimi che diventano ancora più “ricchi”.

Se tutto l’Occidente manifesta già da prima della pandemia questo trend negativo che vede l’accentramento delle ricchezze nelle mani di pochi, nel nostro Paese l’aumento del gap tra ricchi e poveri è risultato più marcato rispetto agli altri paesi. Questa tendenza va necessariamente invertita, in quanto rischia di danneggiare, in un immediato futuro, la stabilità economica del ceto medio.

Se questi sono solo i dati del primo anno dell’era Covid-19, la pandemia comporterà sicuramente un’ingente regressione economica difficile da recuperare nei prossimi anni. Ecco perché il Next Generation Eu sembra essere l’unica occasione per frenare questo andamento, purché il suo sia un impiego che generi sviluppo economico, creando posti di lavoro e investimenti attivi, dai quali possa ripartire la stessa tenuta economica del Paese.

L’errore più grande che si possa commettere nell’immediato è quello di utilizzare questi fondi per investimenti passivi, attuando ad esempio ingenti misure di sostegno, che genererebbero sospiri di “sollievo” momentanei, in quanto cesserebbero con l’esaurimento dei fondi facendo precipitare il Paese in una crisi ancora più profonda.

Altro errore che sarebbe da evitare è sicuramente quello di investire i fondi in progetti non necessari o marginali rispetto allo sviluppo reale della nostra nazione, che finirebbero per beneficiare soltanto i soliti, favorendo direttamente o indirettamente retoriche clientelari.

Se è vero che il progetto si chiama Next Generation ed è quindi indirizzato alle future generazioni, si dovranno realizzare progetti infrastrutturali utili a tutti, permettendo alle aziende di restare nel Paese incrementando uno sviluppo tecnologico tale da apportare benefici a tutti i cittadini.

Il ceto medio, tratto fondamentale degli stati moderni e democratici dell’Occidente, è così il più colpito dalla crisi, ma più preoccupante è l’ampliarsi della platea di quello “basso”. Se non è un buon segno che i pochi ricchi diventino sempre più ricchi mentre i poveri collassano, è necessario agire il prima possibile per invertire questa tendenza e spingere al più presto ad una ripresa economica generalizzata.

La povertà assoluta non può che essere combattuta con iniziative economiche che non possono limitarsi a misure assistenziali passive, che non creerebbero sviluppo e opportunità lavorative future per tutti coloro che soffrono delle conseguenze dovute alla pandemia. L’uguaglianza sostanziale dovrà poi essere raggiunta ancor prima della stessa marginalizzazione della povertà assoluta, in quanto è giusto che tutti possano avere accesso alle stesse opportunità per risultare competitivi ed avere una possibilità reale di modificare la propria posizione socio-economica. Questo non sarà possibile, però, finché i nostri governi continueranno a favorire l’immobilismo economico agevolando direttamente o indirettamente chi ha già grandi capitali disponibili.