La prigione più grande del mondo

0
595

Di fronte al bollettino quotidiano di morti e distruzioni che provengono dal teatro di guerra in Ucraina, tutte le altre tragedie passano in secondo piano, ma questo non è un buon motivo per chiudere gli occhi di fronte alle altre crisi che ci riguardano. In Cisgiordania, in una sola notte, 6 giovani palestinesi sono rimasti uccisi e 20 feriti, a seguito di incursioni dell’esercito israeliano e dei violenti scontri a fuoco che ne sono seguiti. Dall’inizio dell’anno, solo in Cisgiordania 132 palestinesi sono stati uccisi negli scontri con l’esercito israeliano. Un dato che fa del 2022 l’anno più sanguinoso dal 2015, quando scoppiò la seconda Intifada. E’ un segnale inequivocabile che la crisi della convivenza fra israeliani e palestinesi sotto il cielo del Medio Oriente marcisce sempre di più, nella totale assenza di prospettive di giustizia e di pacificazione. Nel momento in cui in Israele si approssimano le elezioni politiche del 1° novembre e c’è il rischio concreto del ritorno di Benjamin Netanyahu al governo del paese, emerge che la “coalizione per il cambiamento”, guidata dall’ultraconservatore Naftali Bennet e dal “laico” Yair Lapid, in sostanza non ha realizzato alcun cambiamento, mantenendo il governo del paese nei binari tradizionali. Le ragioni dell’incapacità di qualsiasi governo israeliano di risolvere la questione palestinese ce le spiega un coraggioso storico israeliano, Ilan Pappè nel suo libro, recentemente tradotto in italiano “La prigione più grande del mondo, storia dei territori occupati” (Fazi Editore, settembre 2022). Ilan Pappè, con il metodo scientifico che nasce dall’esame approfondito di una vastissima documentazione e con la passione di una persona profondamente emozionata per le sofferenze umane, ci presenta un  quadro storico accurato che ricostruisce l’edificio politico, amministrativo e militare sul quale si fonda l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, sfrondandolo da tutti i falsi miti, i veli, gli inganni e le illusioni che nascondono la natura di una politica brutale di annessione di fatto dei territori occupati a seguito della guerra del 1967, che ha trasformato la Cisgiordania e Gaza nella più grande prigione del mondo. L’autore ci porta dentro questa grande prigione e ce ne spiega le diverse versioni messe in opera, da quella più liberale della semiautonomia della popolazione autoctona a quella della prigione di massima sicurezza, applicata per stroncare qualsiasi forma di resistenza. La forza di questa ricostruzione risiede nell’individuazione delle radici di questo progetto, le cui fondamenta  sono state poste oltre cinquant’anni fa nelle settimane cruciali che hanno fatto seguito alla guerra dei sei giorni. Le scelte fondamentali messe a fuoco in quei giorni hanno posto dei binari, dai quali la politica israeliana non si è mai discostata, pur nell’alternanza di governi diversi, che rendono ragione dell’illusorietà e del fallimento di ogni processo di pace, ivi compreso il processo iniziato ad Oslo nel 1992 e conclusosi  a Camp Derby nel 2000.

Queste scelte si basavano su tre presupposti: 1) impossibilità dell’annessione formale dei territori occupati allo Stato di Israele; 2) impossibilità di eseguire una pulizia etnica massiccia; 3) impossibilità di riconoscere i diritti di cittadinanza alla popolazione ivi residente.  “Questi tre parametri o presupposti – osserva l’autore – sono rimasti immutati fino a oggi. Rimangono l’empia trinità di una catechesi sionista condivisa. Quando tre obiettivi del genere si traducono in politiche concrete non possono che produrre una realtà disumana e spietata. Non può esistere una versione benigna o illuminata di una politica volta a tenere le persone costrette in un limbo prive di cittadinanza per lunghi periodi. Esiste una sola cosa creata dall’uomo che operi in maniera tale da privare temporaneamente o a lungo termine un cittadino dei propri diritti umani e civili fondamentali le moderne prigioni.”  Di questo mega-carcere furono concepite ed offerte alla popolazione locale due versioni: la prigione a cielo aperto ed il carcere di massima sicurezza. La prigione “a cielo aperto” concedeva, in una certa misura, una vita autonoma sotto il controllo indiretto e diretto da parte di Israele; quella “di massima sicurezza”, invece, privava i palestinesi di ogni autonomia e li sottoponeva a una dura politica di punizioni, restrizioni e, nel peggiore dei casi, all’esecuzione capitale. La verità è che la prigione a cielo aperto era già abbastanza dura e disumana da scatenare la resistenza della popolazione lì rinchiusa, per cui la variante di massima sicurezza veniva inflitta come rappresaglia a tale resistenza. Per la Striscia di Gaza è stata imposta la versione del carcere di massima sicurezza. Per la Cisgiordania il pendolo ha oscillato fra queste due versioni nella diverse fasi politiche. In questa fase oscilla di nuovo verso una politica di punizioni collettive, di restrizioni e di esecuzioni capitali. A questo punto, una volta assodato che l’occupazione è tendenzialmente perpetua e che i residenti nei Territori occupati sono stabilmente esclusi dai diritti di cittadinanza è maturata una lettura più realistica del rapporto fra Israele e la popolazione dei Territori occupati, che mette in evidenza l’esistenza di uno status di apartheid. Il libro di Ilan Pappè è importante in quanto fornisce all’opinione pubblica mondiale le armi della conoscenza, cioè le chiavi che possono permettere di aprire anche la prigione più grande del mondo.

di Domenico Gallo