La quercia di Goethe e i filosofi danzanti

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“A pochi chilometri dal centro di Weimar, a pochi passi, si può dire, dai monumenti agli immortali esponenti della grande arte e filosofia tedesche, sorge un altro monumento, un’altra indelebile testimonianza, questa volta di una delle pagine più terribili e sconvolgenti della storia dell’umanità: il campo di concentramento di Buchenwald”. Nascosto da boschi di faggi, si trova il luogo in cui la Gestapo e le SS assassinarono “oltre 50.00 vittime del furore nazista”. “In un angolo del campo c’è un cartello dove è segnalato che li sorgeva la «quercia di Goethe». Incuriosito ho sfogliato la guida e ho appreso che le SS la risparmiarono quando vennero creati gli spiazzi per le baracche in legno in omaggio al grande poeta che sostava presso il grande albero in compagnia della sua amata Madame von Stein. Si trattava, cioè, per quegli aguzzini di un segno da rispettare, di un simbolo da celebrare, di un monumento, tra gli altri, alla grande superiorità della Germania”. Chi narra in un bel libro del 1998, “La quercia di Goethe. Note di viaggio dalla Gemania”, è Giuseppe Cacciatore, filosofo che onora la grande tradizione della Scuola salernitana. Prendendo spunto da Joseph Roth che dedicò alla celebre quercia una delle sue ultime poesie, Cacciatore rileva che questa singolare vicenda pare alludere alla “insondabile e misteriosa natura contraddittoria dell’essere umano, capace di sublimare quella quercia come messaggio di mobilitazione retorica della forza e della violenza di morte, ma anche di vedere in esso il simbolo di una vita capace di rifiorire dalle sue stesse ceneri”. Fu come simbolo della vita nella pienezza della sua creativa espressione, ovvero dell’equazione vita-libertà di e per ogni uomo, che intesero gli alberi i rivoluzionari del 1789 francese. Nel 1790, in una piazza del centro di Parigi fu piantato un albero, chiamato “l’albero della libertà”, durante una festa popolare. L’esempio fu seguito. Si calcola che in pochi mesi furono piantati in Francia circa un milione di alberi. La bella costumanza si diffuse in tutta Europa, Italia compresa, e specialmente a Napoli nel 1799, anno della gloriosa e tragica Rivoluzione, da cui nacque il Risorgimento. A loro volta, nel collegio universitario di Tubinga tre giovani geni che occuparono la stessa stanzetta dal 1790, Schelling, Hegel e Hölderlin, conquistati dalla filosofia dell’Illumini – smo e dagli ideali di “Liberte’ Fraternite’. Egalitè’, piantarono nel cortile del collegio il loro albero della libertà e danzarono intorno. Il culto e la cura degli alberi hanno un’origine religiosa e sacra, rivelando la “koinè” tra Dio e la natura, che nell’uomo si fa vita, pensiero, libertà. Graves scrive nella “Dea Bianca” che nella notte dei tempi la Grande Dea, genitrice degli dei, degli uomini e del mondo, diede agli uomini due alfabeti arborei, di cui “il primo ha cinque vocali e tredici consonanti dove ogni lettera prende il nome di un albero”. In modo simile è fatto anche il secondo alfabeto. E’ l’Albero della Vita, che forse coincide con l’Albero della Conoscenza, che campeggia nella biblica Valle dell’Eden. Ed è ancora l’Albero della Vita, con i suoi 12 frutti, uno per ogni mese, che Giovanni dell’”Apocalisse” pone nel mezzo della Città Celeste. Contraddicendo il dire di Hölderlin, per cui “poetica – mente abita l’uomo sulla Terra”, in due secoli la borghesia, per i suoi traffici e guadagni, ha distrutto innanzitutto gli alberi. Così, ci manca l’aria, l’acqua in un mondo ridotto ad amassi di pietre e catrame, le città. Ora i potenti della Terra parlano di riforestazione. Ma siamo ancora agli annunci, mentre il deserto avanza.

di Luigi Anzalone