La Regione 50 anni dopo

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Mezzo secolo fa, nel giugno del 1970, venivano istituite, nel rispetto del dettato Costituzionale, le regioni a statuto ordinario. Giusto cinquant’anni dopo, e alla vigilia del prossimo turno elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale della Campania, è opportuno fare una riflessione sul ruolo da essa svolto. A mio avviso la prima contraddizione riguarda l’assegnazione dei seggi in base al numero della popolazione. Per cui sono privilegiate le aree forti, relegando, talvolta, al semplice concetto della rappresentanza le aree interne. Questo argomento potrebbe avviare una discussione tra tutte le forze politiche per eventualmente correggere il modello di rappresentanza e renderlo più equo. Il primo obiettivo per un nuovo regionalismo dovrebbe essere la definizione di un Piano di assetto regionale da redigere tenendo conto delle vocazioni del territorio, delle risorse di cui dispone, per un riequilibrio programmato e non inseguendo solo le emergenze. Ci fu un tentativo, sul finire degli anni Settanta, con l’ approvazione delle cosiddette “opzioni Cascetta”. Poi il deserto, con i territori diventati serbatoi di voti, con interventi parcellizzati, non programmati, gestiti quasi con metodi clientelari. Che ci sia urgenza di una rifondazione dell’ente Regione è dimostrato dal fatto che non c’è sempre sinergia tra Provincia e Comuni. Si evince dalla gestione dei Fondi europei e dalla assenza di progetti credibili e finanziabili. Risultato: la maggior parte dei fondi europei stanziati per la Regione Campania vanno in perenzione e restituiti a Bruxelles. Che li ridistribuisce in altri paesi europei. Come si vede i temi per una discussione allargata per un nuovo regionalismo in Campania sono molti e tutti di grande interesse. Su questo occorrerebbe confrontarsi nel corso della prossima campagna elettorale che, per come è partita, rivela già una forte debolezza sui contenuti, con il ricorso alle prove muscolari. Ripartire da una grande riforma può essere anche l’occasione per ridare fiato alla politica spenta e ai partiti boccheggianti.

di Gianni Festa