La scuola in trincea

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Di Carlo Picone

L’articolo dello scrittore Paolo Giordano, pubblicato sulla prima pagina del “Corriere della Sera” di venerdì 11 settembre, ci offre lo spunto per fare qualche considerazione sul difficile momento sta vivendo la scuola italiana, intesa come comunità educativa formata da una decina di milioni di persone tra dirigenti, docenti, collaboratori scolastici e soprattutto studenti. Sottoposta ad un surplus di responsabilità di enorme rilevanza, da cui, si spera, possa uscire indenne.

Che sia il 14 settembre, oppure, come razionalmente deciso in alcune regioni italiane tra cui la Campania, il 24, la data dell’attesa riapertura delle scuole, un fatto è indubbio, e lo mette in risalto Giordano: siamo di fronte alla costituzione della “nuova prima linea” rispetto all’epidemia da Covid-19 sul territorio nazionale.

Essa è, suo malgrado, il sistema d’istruzione pubblica, con i suoi insegnanti e il personale scolastico, chiamati a relazionarsi con 8 milioni di alunni, governando insieme a loro, come ricorda lo scrittore, il considerevole stress psicologico di dover far rispettare le regole restrittive di sicurezza e protezione dal contagio, potenzialmente estensibile a genitori e familiari più anziani.

SCUOLE TRINCEE

Del resto, già in questi giorni di prolungata vigilia, gli istituti scolastici hanno cambiato volto, preparandosi all’appuntamento della prima campanella, che, da festoso qual era in tempi pre-covid, ora s’è trasformato nella messa a punto degli argini più rinforzati possibile, per far fronte ad un uragano di difficile previsione, come può essere inteso ciò che succederà alla riapertura dei cancelli.

Nonostante gli appelli a “Superare la paura (insieme)” – che è il titolo dell’articolo del “Corriere” -, i diktat nei confronti dei “soliti lavativi” lavoratori della scuola, la tensione è palpabile.

Tra percorsi di guerra segnati con strisce adesive, linee di transennamento, aule covid e “classi X”, dispositivi igienizzanti, mascherine chirurgiche, visiere, guanti e tutta una serie di rigide regole da seguire per la sanificazione degli spazi occupati, da areare costantemente. Senza dimenticare poi il corpus fondamentale delle misure da prendere in caso di casi sospetti o di primi sintomi covid, con annesse quarantene e tamponi, ecc.

Ebbene, l’interminabile elenco dei “comportamenti corretti” da seguire per tutte le componenti del mondo della scuola, sempre contando sul buon senso e l’uso della ragione da parte di docenti e studenti in primis, non può far dormire sonni tranquilli. Ed è un bel dire l’appello a “superare la paura”, se gli strumenti a disposizione per garantire protezione e sicurezza si connotano per una buona dose d’incertezza.

Per “strumenti” intendiamo la distribuzione di mascherine chirurgiche che non difendono chi le indossa, che al banco devono essere abbassate, oppure il rispetto del distanziamento fisico minimo a un metro, e per i docenti in cattedra a due. I nuovi banchi monoposto che non tutti avranno in dotazione, e non parliamo di quelli a rotelle di cui pochi hanno compreso l’utilità; e, forse il dato più grave dell’emergenza sanitaria applicata alla scuola, quasi nessun istituto ha ultimato, ma neanche avviato, i necessari interventi di edilizia leggera per assicurare le distanze e contrastare gli assembramenti. Questo compreso l’infinità di precauzioni preventive anche nell’uso di tastiere, penne, fogli e libri, che abitualmente fanno parte dell’anima della vita scolastica.

Tuttavia, l’aspetto più critico è proprio l’inadeguatezza della maggioranza dei plessi scolastici, specie al Sud, sotto il profilo strutturale.

Altro, non trascurabile, fattore di preoccupazione verso l’avvio dell’anno scolastico è senz’altro costituito dalla situazione più che precaria dei trasporti pubblici. Da queste parti più che altrove. A cui si deve aggiungere l’applicazione dei protocolli-covid che permettono una capienza dei pullman limitata all’80%, sempre che sia stato approntato un piano di potenziamento del numero di corse scolastiche.

INSEGNANTI VIGILANTI

La soluzione che quasi tutti i dirigenti scolastici stanno abbracciando, non avendo per tempo potuto far abbattere muri e allargare le aule a disposizione, è quella di ricorrere alla turnazione e allo sdoppiamento delle classi più numerose, alternando didattica in presenza e didattica a distanza, che ora si chiama “integrata”. Coi docenti chiamati a far lezione dal vivo e in remoto, contemporaneamente al gruppo classe così smembrato, in aula un giorno sì e uno no. Con ovvi rallentamenti nelle programmazioni disciplinari e nei processi di valutazione.

Più che un’impressione è sempre più reale la previsione che l’anno scolastico 2020-2001 sarà ancora più particolare del precedente. Coi docenti il cui compito essenziale diverrà quello di contrastare l’emergenza epidemiologica, con un’accurata azione di vigilanza, a discapito delle prerogative della loro professionalità e dell’insegnamento in senso stretto.

Incombono infatti le influenze stagionali e il caos che scaturirà quando si abbineranno i loro sintomi con quelli della minaccia permanente del nuovo coronavirus, finché, forse tra un anno, ci sarà l’agognato vaccino.

Intanto, cosa buona e giusta, oltre ai test sierologici, sarà importante che tutti si vaccinino per la comune influenza.

Come si vede, i motivi di timore sono tanti. Certo la scuola, l’istruzione, la formazione rappresentano l’ossatura e il tessuto più importante del Paese. Non necessariamente fondamentale per la sua economia.

Purtroppo, però, la pandemia sta causando una deleteria trasmutazione del “fare scuola”, distanziato, mascherato, fermo e passivo come gli alunni dovranno essere per quasi tutto l’orario scolastico. Sembra, infatti, che sia stata già smarrita la strada dell’educazione formativa, socializzante e inclusiva, dei saperi e delle abilità da far emergere tra i nostri ragazzi.

La “paura” evocata dallo scrittore Paolo Giordano può passare, l’emergenza educativa, indotta dal Covid-19, è molto più difficile da superare.