La sfida di ripensare il futuro

0
623

Quando la grande paura sarà passata, speriamo al più presto, e il coronavirus sarà solo un ricordo e noi ci saremo tirati fuori fortemente cambiai, bisognerà pur tornale alla normalità.

Ma quale normalità? Quella degli ultimi trent’anni nei quali il sistema sanitario, uno dei migliori del mondo, è stato progressivamente e colpevolmente ridimensionato per favorire la sanità privata (la Lombardia ne è l’esempio nonostante l’impegno eroico del personale sanitario!) e le altre conquiste sociali annullate o fortemente diminuite? Speriamo di no, anche se nutriamo forti perplessità su una radicale inversione di tendenza su un nuovo modello di sviluppo incentrato sulla persona e sul rispetto dell’ambiente e delle risorse naturali e non sul dio danaro e sul consumismo senza limiti, perché la mediocrità di tanti esponenti politici in circolazione è sotto gli occhi di tutti. “Quando torneremo ad abbracciarci non dovremo essere dei sopravvissuti, ma degli architetti cdi una vita nuova” scrive Veltroni sul Corriere del 17,3).

Non sarà facile e non possiamo farcela da soli senza un altrettanto impegno dell’Europa. Ma bisogna pur tentarci, correggendo innanzitutto alcune disfunzioni istituzionali a cominciare dalle Regioni che non hanno dato buona prova anche se hanno invocato più autonomia, che, poi alla prova dei fatti non hanno saputo o voluto utilizzare. Magari riprendendo il cammino (evitando la corruzione, il clientelismo e il sistema criminale) della prima repubblica. Quella Repubblica dei partiti tanto vituperata che pur ha assicurato al nostro Paese mezzo secolo di sviluppo e di democrazia portandolo, dai disastri di una guerra anche civile, fra le prime sette potenze industriali del mondo.

Ripartire dal ’78 che fu l’anno dello spartiacque tra il prima e il dopo e riprendere quel modello di sviluppo che portò al miracolo economico e aduna crescita costante fino alla metà degli anni ottanta. “Tra il 1973 e il 1980 l’Italia continuò a crescere del 3,7% annuo, con un tasso superiore a tutti i Paesi europei, agli Stati Uniti e comparabile soltanto a quello del Giappone …. Gli anni settanta si rilevarono un decennio importante per l’industrializzazione del Mezzogiorno. In quegli anni per la prima volta nella storia nazionale l’economia meridionale tenne il passo di quella settentrionale.” (“L’Italia del novecento” –M. Gotor –Feltrinelli 2019). La crescita continuò fino alla metà degli anni ottanta anche con il terrorismo, le trame nere, le brigate rosse, le prime crisi petrolifere, l’uccisione di Moro e la morte di Berlinguer e con i mali del clientelismo, dell’assistenzialismo e della criminalità organizzata.

Furono gli anni delle grandi conquiste sociali: il Servizio Sanitario nazionale, lo statuto dei lavoratori, il punto unico di Scala Mobile, la legalizzazione dell’aborto, la scuola media unificata, la maggiore età a 18 anni, la chiusura dei manicomi, l’equo canone, la pensione sociale e quella di anzianità, che fecero del Welfare italiano uno dei migliori del mondo. Furono gli anni dei sindacati (Lama/Trentin – Carniti/Macario – Vanni/ Benvenuto) dei leader politici (Moro, Berlinguer ma anche Spadolini, Craxi e lo stesso Andreotti, Cossiga, Rumor) degli industriali (Agnelli, Cefis, Pirelli). E’ da lì che bisogna ripartire ripensando ad un altro modello di sviluppo in cui ricompaiano i valori della dignità del lavoro, della solidarietà, della giustizia sociale della rivalutazione del turismo e del made in Italy! A questo riguardo la paura ci sia da avvertimento e da sprone.

“La paura va riconosciuta e usata. Bisogna trasformarla in strumento di lavoro per cambiare le cose…” (Carofiglio – Repubblica 15.3.20). Ci auguriamo che la paura abbia contagiato i nostri politici convertendoli sulla strada di Damasco per non vanificare le speranze dell’Italia dei balconi.

di Nino Lanzetta