La stagione dei doveri

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Lei conosce…”. Io lo guardo e prima che concluda la sua domanda rispondo con un secco: “No”. Non riesco ad immaginare quante volte sia capitato a ciascuno di sentirsi dire questa frase e come siano state diverse le risposte. L’incipit mi è utile per ragionare con voi, cari lettori, su un pezzo della questione morale che, in particolare in questi ultimi mesi, è tornata alla ribalta. Scrivo di un pezzo perché l’argomento ha molte implicazioni che vanno dal piccolo favore della conoscenza, al favoritismo fino al complesso sistema della corruzione su vasta scala e a quella burocrazia infetta che, soprattutto nel Mezzogiorno, imperversa in ogni settore della vita sociale. E per la quale le persone oneste vengono penalizzate. Così accade che si parli a sproposito di merito o al contrario dell’inefficienza della pubblica amministrazione. Se anche a volte per ottenere un semplice certificato occorre rivolgersi all’amico dell’amico, si capisce bene che questo comportamento mette in moto la macchina di quel clientelismo che rappresenta la premessa della corruzione. E’ accaduto, e lo cito solo come esempio, che un imprenditore meridionale, che aveva tutte le carte in regola per l’ottenimento di un prestito bancario, si è visto prima concedere l’importo richiesto, poi questo è stato quasi dimezzato, infine revocato del tutto senza che gli fossero stati spiegati i motivi di questo assurdo comportamento. Andare avanti chiedendo un provvedimento per ottenere giustizia, ha pensato l’imprenditore, sarebbe come naufragare nel mare tempestoso dei tempi lunghi di una giustizia sempre più lenta e farraginosa. E allora? L’alternativa è affogare. Pensare a male, credo, non sia un peccato in questo caso. Oggi il cittadino è ostaggio della malaburocrazia. Che, nonostante la nomina di ministri impegnati a modificarne i connotati, si presenta come un cancro impossibile da estirpare. In realtà le regole saltano perché la stagione dei doveri, che ha sempre avuto un andamento ondeggiante, è stata da decenni cancellata dall’ipocrisia sociale. Si è cominciato dal banale “tu conosci…” per estendersi e amplificarsi in un sistema corruttivo complesso. E il merito? I concorsi vinti prima ancora di essere affrontati? Le persone giuste al posto giusto? Ecco come il dovere sociale si trasforma in una violenza morale. Chi è responsabile di un sistema burocratico corrotto? Chi lo crea e gestisce il potere, certo, ma anche il cittadino che si presta al gioco della clientela. Che, non riconoscendo il proprio diritto, s’inginocchia per ottenerlo. La rinascita della stagione dei doveri contro la burocrazia infetta deve cominciare dalla società nel suo insieme, sconfiggendo quell’individualismo che rende possibili le facili scorciatoie a danno degli altri e contro il bene comune. Altrimenti la partita sarà ancora una volta perduta.

di Gianni Festa