La voce di Vincenzo D’Alessio ci parla da una stagione che non muore

0
778

Di Antonietta Gnerre

È trascorso un anno dalla scomparsa del caro amico Vincenzo D’Alessio, poeta, critico, archeologo, operatore culturale. Ho ancora vivo il ricordo dell’occasione in cui lo conobbi, nel lontano 1990, al Premio di Poesia ‘Città di Avellino’. Da quella edizione del Premio è nata la nostra amicizia, rafforzata nel tempo dal grande interesse per la lettura, per la poesia. Ricordo anche quando mi regalò il libro di Licia Giaquinto “Fa così anche il lupo” Feltrinelli Editore, 1993. E tanti altri che custodisco come fossero dei tesori. Molti sono gli amici che ho conosciuto grazie a lui. E non finirò mai di ringraziarlo per aver creduto in me e in tanti altri autori (firmammo tra l’altro tutti insieme il manifesto dei Poeti Irpini a Guardia Lombardi, 13 aprile 1997). Ora posso continuare a dirgli grazie solo leggendo la sua poesia. I suoi versi trasmettono la grandiosità dei suoi pensieri, l’apertura delle sue idee innovative: “Le cicale hanno smesso di suonare / sulle città sorde e violente / tra le povere case dove la gente / nutre sogni di speranza.” La voce di D’Alessio ci parla da una stagione che non muore, la poesia. Parla a noi. Le sue parole si intersecano in questa primavera ancora sospesa sul burrone della pandemia e ci sussurrano “Noi siamo la terra /che grida dalle sue radici / tormento infaticabile /cemento calato nelle viti.”

Vincenzo D’Alessio

Ci attendono mesi ancora difficili per chi lavora, per chi non lavora, per i giovani, per i bambini. I bambini è da tanto che non li sento più giocare fuori. Anche i palloni sono fermi. Come sono ferme le giostrine nei parchi. I bambini, il nostro futuro, come ci ha mostrato proprio in questo venerdì santo il Papa, facendo scrivere ad alcuni di loro le meditazioni della via crucis e abbracciandoli in piazza San Pietro come un nonno affettuoso. Anche Vincenzo sapeva indicare il futuro. Non disgiunto però da uno sguardo realistico sul presente. Nelle sue poesie ha racchiuso bene, con una intuizione fulminante, il particolare umore di questo nostro tempo contraddittorio, ma non chiuso alla speranza: “Tu che mi ascolti / oltre i tempi amari / guarda come ho scritto / questa storia / apri le mani ai santi / che non tornano, sveglia / l’aratro sospeso al palo.” L’aratro sospeso mi riporta alla saggezza dei contadini. Custodi di tanto sapere e di tanta generosità. Uomini e donne che controllavano con cura ciò che piantavano, che misuravano lo scorrere del tempo seguendo il ritmo delle stagioni.

 

Qualche tempo fa sono rimasta colpita da una frase che ho letto su Facebook: “Adesso noi stiamo scrivendo la storia”. Una frase ascoltata tante volte prima di allora, eppure percepita come qualcosa di nuovo. Forse perché la storia che racconteremo, che racconteranno sarà diversa? Un giorno leggeranno di noi, di quelli che sono stati insieme distanziati. Racconteranno di un virus. Altri leggeranno della più grande vaccinazione della storia dell’uomo. Parlereranno di noi che abbiamo navigato dalle nostre case (e penso anche a chi non ha una casa) sul mare in tempesta. Qualcuno di noi sembrerà più marinaio dell’altro. Sembrerà di non aver avuto paura. Leggeremo che abbiamo dovuto lottare fino in fondo: “Lentamente la sorte si avvicina / vento sottile, furia sugli scogli, / ombre sciamano all’alveare. / Beata te, che sai come nutrire / di sabbia la clessidra, risparmi l’olio / alla fiamma antica con docili parole.”

Eppure la paura è profonda, la leggo dalle indicazioni che mi guidano. Dalle parole che ripeto nei miei pensieri: mascherina, distanziamento, richiamo del vaccino…Leggo Vincenzo D’Alessio, come fosse la guida del mio spirito “Voglio far bere alle pupille / tutto il sole, luce sorprendente.” Da questa luce, che non è ferma, guardo gli alberi. La primavera c’è.

“Hai il coraggio di chiedere al mare
di fermarsi, al vento di placare la corsa
all’uomo di fermare le guerre?
Hanno una voce (i morti) nella tempesta
gabbiano sugli scogli, motore nella notte
tutto il creato cerca amore
per generare l’uomo che non vuole.”

Questo coraggio ci parla di un futuro migliore. Questo coraggio lo dobbiamo costruire tutti insieme. Sì, questo coraggio è davanti a noi come fosse il custode della rinascita che ci guiderà. Malgrado tutto. Malgrado il dolore.

“Noi siamo la terra”, buona rinascita a tutti!