Laceno d’oro, a Guediguian il premio Pasolini: superare l’individualismo dilagante. Solo insieme si cambia la società

0
343

E’ un messaggio forte contro una società sempre più individualista, perchè riscopra l’attenzione all’altro quella che lancia il regista Robert Guediguian, tra i maestri europei del cinema sociale. A lui il compito di inaugurare questa sera all’ex Cinema Eliseo, il festival Laceno d’oro con una masterclass densa di spunti di riflessione. Ad introdurre l’incontro il direttore artistico Maria Vittoria Pellecchia che sottolinea l’importanza di aprire il festival in un luogo dalla forte carica simbolica come l’Eliseo “uno spazio che appartiene a tutta la città”. Alle 20.30 la rassegna fa tappa al Movieplex con la  proiezione del suo ultimo film “E la festa continua” e la consegna del Premio Pier Paolo Pasolini alla Carriera. Tra i maggiori esponenti del cinema sociale e politico d’oltralpe (À l’attaque!, Le passeggiate al Campo di Marte, Le nevi del KilimangiaroLa casa sul mareGloria Mundi), cantore della sua Marsiglia, a Robert Guédiguian sarà dedicata una retrospettiva. Il festival è in programma fino al 10 dicembre al Cinema Partenio (Via Giuseppe Verdi, 50) e al Movieplex di Mercogliano per un totale di oltre 70 proiezioni e anteprime da tutto il mondo selezionate tra le più recenti e interessanti produzioni indipendenti e di ricerca. Il Premio alla Carriera Laceno d’Oro sarà assegnato venerdì 8 dicembre al regista e sceneggiatore statunitense Paul Schrader. E’ lo stesso Guediguian a raccontarsi in un’intervista – realizzata grazie alla brava interprete Martina Ziggiotti – dal legame con Pasolini al cinema italiano

Quanto è importante fare un cinema del reale?

Ritengo che il cinema possa raccontare il reale ma possa fare  anche di più, raccontare il reale per come dovrebbe essere, gettare dei semi di soluzioni per un mondo migliore. Può sollevare questioni e commuovere. Sono convinto che le riflessioni nascano meglio se scaturiscono dalle emozioni, servono a metterci in discussione, ci spingono a pensare meglio.

Quali sono i temi che caratterizzano la sua produzione?

Quello che faccio da sempre è raccontare quelli che ho definito più volte ‘una serie di momenti comunisti’, penso che quando la società si piega nell’individualismo e prevale l’interesse personale, non può funzionare. Il mondo va meglio quando si trova un modo per fare le cose insieme. E solo quando si lavora stando uniti e c’è un collettivo che tiene insieme uomini e donne che si raggiungono gli obiettivi. Quando ognuno pensa alla propria riuscita personale, il mondo crolla su sè stesso. Continuo a pensare che il mondo basato sul collettivo è un mondo in cui si sta meglio. Dobbiamo smetterla di aspettare profeti e fare ciascuno la propria parte nel quotidiano, realizzando quest’armonia tra società e individuo in ogni ambito della società, dalla famiglia al luogo di lavoro, cercando di agire per migliorare la propria vita e quella degli altri.

Il cuore della sua produzione cinematografica è Marsiglia

Sono un universalista, penso che tutte le storie siano le stesse ovunque, che le persone siano mosse dalle stesse emozioni e sogni in qualsiasi parte del mondo. So che non è di moda un discorso come questo, in un momento in cui ciascuno si ripiega su di sè. Ma è proprio così, ciò che cambia da paese a paese è la forma con cui si raccontano le storie, i colori e i corpi sono diversi, come le luci delle città ma l’anima dell’uomo è la stessa.  Le pellicole che mi piacciono di più raccontano l’universalità del mondo. Ho sempre girato a Marsiglia semplicemente perchè sono cresciuto lì. Al tempo stesso girando sempre film diversi nello stesso posto, voglio dimostrare che in tutto il mondo le storie sono le stesse. Siamo solo cristalli di umanità, in noi c’è tutto ciò che c’è fuori

Grande attenzione è rivolta anche alla famiglia.

Non credo che sia solo una questione di “sangue”. Avere un figlio non vuol dire esserne il proprietario, ma conoscere un individuo per la prima volta. “Famiglia” è quando accogliamo qualcuno che non conosciamo, uno straniero se vogliamo. È il primo contatto con l’alterità e per questo il primo luogo di socializzazione. Per me è un collettivo aperto dove si entra e si esce, e riguarda i nostri figli, quelli dei nostri vicini, i migranti che arrivano.

Questa sera riceverà il premio Pasolini. Cosa la accomuna a un intellettuale come lui?

E’ stato un maestro, da quando ho letto “Una vita violenta” la sua influenza è stata fondamentale. Lungo la nostra vita incontriamo tanti professori, ma i maestri ce li scegliamo noi. Definirei Pasolini un compagno di strada, quello che si diceva di chi era vicino al partito comunista ma non completamente dentro. Ancora oggi mi chiedo cosa direbbe, cosa farebbe oggi nel mondo in cui viviamo. Le sue riflessioni di cinquant’anni fa mi sono sempre sembrate profonde e autentiche, proprio perchè si alimentavano dei suoi dubbi. Era una persona che non parlava mai per partito preso. Mi chiedo quale sarebbe il suo pensiero, ad esempio, sul conflitto  israeliano-palestianese. Era un intellettuale che non aveva paura di andare contro corrente, affermando la sua soggettività. Diceva sempre con chiarezza da dove partiva e chi era, mi piaceva molto la sua onestà intellettuale, accompagnata dalla ricerca di una verità interessante e rara

Quali sono i riferimenti cinematografici a cui si ispira la sua produzione?

Nei titoli di coda del mio ultimo film, “La Festa continua” ho inserito ringraziamenti a Pascal, Becker, Shakespeare. I riferimenti a cui guardo sono tanti, se parliamo di modelli che hanno ispirato il mio cinema non riuscirei a fare cinque nomi. Traggo molta ispirazione dal mondo letterario più che da quello cinematografico. Quando mi chiedono di dare un consiglio ai giovani registi, suggerisco loro di di non consacrarsi unicamente al cinema ma di avere una cultura più ampia. Poichè per fare cinema bisogna essere curiosi, leggere giornali e interessarsi a cose diverse.

Ha più volte dichiarato di amare molto la commedia all’italiana degli anni ’70. Cosa amava di quel genere cinamtografico?

Trovo incredibile come la commedia italiana sia diventata un genere a sè con propri codici. Era un genere popolare, che aveva un grande pubblico, riusciva ad arrivare a tante persone e al tempo stesso a muovere critiche al potere anche accese, attraverso la proposta di un mondo migliore. Ma stimo anche Nanni Moretti, mi piacciono molto “Santiago Italia” e “Il sole dell’avvenire” e ancora Risi, Fellini, Ferreri, Monicelli.

Cosa la spaventa della società di oggi?

Tutto. In particolare mi spaventa l’espansione di un potere dittatoriale di estrema destra che tocca tutti i paesi, dall’Argentina all’Italia, dai paesi scandinavi a Isreale. Un modello politico così feroce mi fa paura. Mentre continuo ad essere convinto, come sottolineo nel mio ultimo film ‘La festa continua’, che sia necessaria una forte apertura all’altro, dalle generazioni diverse a chi è espressione di una cultura differente. Bisogna imparare a conoscere e dialogare con chi è diverso da noi

Quanto è difficile fare un cinema che si faccia espressione di una coscienza di classe?

La coscienza di classe non esiste più perché non esistono più luoghi collettivi, l’ultimo è il cinema in cui si vede un film insieme e poi si discute della pellicola. Ma io sono quello che sono e conosco solo questo tipo di cinema. Sono convinto che anche raccontare storie significa fare politica

Il suo ultimo film “La festa continua” trae ispirazione da un fatto realmente accaduto e parla della forza della mobilitazione dal basso

Il film inizia con degli immobili crollati in un popolare quartiere di Marsiglia – racconta il regista di titoli indimenticabili come “Marius et Jeannette”, “Le promeneur du Champ de Mars”, “Les Neiges du Kilimandjaro” – un fatto realmente accaduto nel 2018 che portò ad una mobilitazione dal basso, alla solidarietà tra persone che non avevano mai fatto politica e che insieme riuscirono a suscitare un cambiamento concreto. La politica è la storia del mondo nel momento in cui avviene ma raccontare la storia vuol dire fare politica, niente è neutro. L’unico modo degno di vivere è farlo insieme agli altri, collettivamente