L’attualità di Vittorio Bachelet

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“Vi è un modo diffuso di fare politica che non si limita alla partecipazione nei partiti e nelle istituzioni, ma che riguarda ad esempio il competente esercizio di un mestiere e di una professione, che rappresenta in sé un alto valore politico”.  Le parole sono di Vittorio Bachelet, docente universitario, esponente democristiano e Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. In precedenza è stato anche Presidente dell’azione cattolica che traghettò nel difficile ma fervido periodo del post-Concilio. Il 12 febbraio del 1980 al termine di una lezione, mentre conversa con la sua assistente Rosy Bindi, viene assassinato da un nucleo armato delle Brigate Rosse sulla scalinata che porta alle aule professori della facoltà di Scienze politiche della Sapienza a Roma, colpito con sette proiettili. A sparare furono Anna Laura Braghetti e Bruno Seghetti. Due giorni dopo i funerali. Uno dei due figli,  Giovanni, all’epoca venticinquenne, pronuncia queste parole: “preghiamo per i nostri governanti: per il nostro Presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga. Preghiamo per tutti i giudici, per tutti i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, per quanti oggi nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano in prima fila la battaglia per la democrazia con coraggio e amore. Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri”.   Le parole di Vittorio Bachelet citate all’inizio e quelle del figlio sono legate da un filo che si regge sull’idea alta della libertà e della vita. Bachelet era amico di Aldo Moro e come lui è colpito a morte dalle BR. Un disegno che punta ad eliminare dalla scena politica le personalità migliori del cattolicesimo democratico. Uomini del dialogo che intendevano la politica come fine per mettere insieme le persone. Unirle e non contrapporle.  Il gesto del figlio lo avrebbe compiuto certamente suo padre. Uomini di studio non legati alla faziosità della politica. Con la morte di Vittorio Bachelet, con la morte di Aldo Moro, con quella di Piersanti Mattarella si è interrotta una fase di cambiamento politico.  Storie personali che sono diventate patrimonio del Paese e che oggi, a distanza di anni, conservano tutta la loro interezza e indicano senza incertezze, in un’epoca carica proprio di incertezze, la strada della coerenza. Da quella stagione ad oggi però il tempo è trascorso a volte invano e le lancette dell’orologio sono tornate indietro. Si sta vivendo una pericolosa regressione.  La forza della mitezza che ha contraddistinto l’azione politica di uomini come Vittorio Bachelet ha lasciato spazio alla contrapposizione e all’aggressività. Chi cerca il dialogo e l’inclusione è adesso in minoranza e il primato non è più della parola ma della propaganda. Il politico capace è quello che guida i processi e non si fa travolgere dall’emotività del momento. Il Presidente della Repubblica Mattarella ha ricordato Bachelet partecipando sia alla cerimonia al CSM che ad un convegno all’Università La Sapienza.  Il Capo dello Stato ha messo in evidenza l’attualità di Bachelet che “dimostrava con la sua azione che è possibile realizzare una società più giusta senza una contrapposizione aspra. Oggi le contrapposizioni ideologiche sono sfumate, per motivi storici, ma rimane sempre il rischio di altre contrapposizioni basate sulla pura difesa di posizioni di parte. Occorre avere maggior coraggio: attraverso il dialogo paziente e tenace occorre ricercare con disponibilità sincera al confronto la soluzione migliore”. La lezione di Bachelet è propria quella del lavoro paziente di un tessitore di soluzioni unitarie perché per colmare le distanze non servono conflitti insanabili.

di Andrea Covotta