L’autunno caldo di Draghi

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A sei mesi dal suo varo in Parlamento e dopo una brevissima e nervosa pausa estiva, il governo Draghi si trova nella necessità di dover riconsiderare i due impegni sui quali aveva fondato la sua ragion d’essere: la lotta all’emergenza sanitaria da combattere “con ogni mezzo”, e la fedeltà all’Alleanza atlantica “nel solco delle grandi democrazie occidentali” e “in linea con gli ancoraggi storici” che ci vedono protagonisti della politica europea e delle Nazioni Unite. Non che in questi mesi l’esecutivo non si sia dimostrato all’altezza dei compiti autoassegnatisi ma, come spesso accade, l’urgenza determinata dai fatti costringe a rimettere a fuoco gli obiettivi e a ricalibrare gli strumenti necessari per raggiungerli. Sul piano della lotta alla pandemia (“il principale dovere cui siamo chiamati tutti”, aveva detto Draghi alle Camere), nonostante l’indubbio successo della campagna vaccinale, gli interrogativi legati alla riapertura dell’anno scolastico, alla sicurezza dei trasporti e nei luoghi di lavoro, al ritorno di qualche regione in zona gialla, misurano l’incertezza di questa ripresa autunnale, con i partiti – non solo quelli dell’opposizione – pronti a mettersi di traverso sul percorso scelto dal Governo e da alcuni condiviso con riserva. Ma è soprattutto l’evoluzione drammatica della situazione internazionale ad esigere una revisione non certo dei principi ispiratori della politica estera ma della declinazione che le mutate condizioni di contesto richiedono.

Il fallimento degli Stati Uniti e della Nato in Afghanistan dopo venti anni di occupazione militare, certificato anche da Henry Kissinger quando il comandante in capo in persona, Joe Biden, era già stato costretto a negare il presupposto stesso dell’intervento (non più la costruzione di uno Stato sul modello occidentale ma il perseguimento dell’interesse americano, ora venuto meno), impone una riformulazione radicale di criteri e finalità delle alleanze e degli strumenti operativi a disposizione dei governi. Il bagno di sangue nell’aeroporto di Kabul, dove le vittime senza nome sono dieci volte di più di quelle identificate, ha il significato di un brusco risveglio su un mondo che sta cambiando e che sfugge ai moduli interpretativi fino a ieri consolidati. Nuovi protagonisti si affacciano nell’area più instabile del pianeta, nella quale il terrorismo torna ad imporre la legge della sua luttuosa presenza. In questa situazione in movimento, i “principi” e i “valori” condivisi dall’Italia con i suoi tradizionali alleati europei e atlantici rischiano di restare parole vuote se non declinati con realismo nel dialogo con civiltà, culture e tradizioni diverse dalle nostre ma non per questo meno dotate di dignità e meritevoli di attenzione. La diplomazia e la solidarietà internazionale devono prevalere sull’intervento militare e guidarne l’azione: una figura come quella dell’ultimo rappresentante italiano a Kabul Tommaso Claudi s’impone, al di là di ogni retorica, come un esempio da seguire. Occorre riconoscere il ruolo di attori politici e statuali finora trascurati, e questo è il motivo dell’investimento sul formato del G20 sul quale il governo italiano conta per garantire una stabilizzazione nell’area. Il rischio che di Usa, scottati dal fallimento in Afghanistan, si ritirino in uno sterile neoisolazionismo è reale e va scongiurato. Ieri in un’interessante intervista a “Repubblica” il ministro della Difesa Guerini ha proposto un “salto di qualità” sui temi della difesa e della sicurezza europea, grazie ad una agenda comune, in buna parte ancora da costruire, che veda affiancati alla dimensione militare l’investimento politico e la cooperazione. E’ la strada da percorrere per uscire a testa alta da un autunno che si preannuncia imprevedibilmente caldo.

di Guido Bossa