Le ali della tammurriata

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Pasquale Zarra

Il 2 febbraio ho avuto l’onore di prendere parte alla Candelora di Montevergine, il cui Santuario è meta di migliaia di pellegrini che ogni anno giungono alla montagna situata nell’avellinese per venerare Mamma Schiavona, una delle sette Madonne campane e che secondo una leggenda nel Medioevo salvò una coppia di omosessuali cacciati dalla loro comunità, motivo per cui è considerata la protettrice degli emarginati sociali, tra cui i femminielli, ossia uomini dagli atteggiamenti effemminati che non rientrano in nessuna delle etichette che si userebbero oggigiorno, e che nonostante la terminologia apparentemente obsoleta rappresentano una figura entrata a far parte del folklore partenopeo e che esiste difatti proprio in relazione alla sua terra, dove è persino fonte di buona sorte.

Quest’edizione era dedicata a Marcello Colasurdo, venuto a mancare lo scorso luglio e denominato l’ultimo poeta della tammurriata (sottogenere campano della tarantella), che desidero omaggiare con il titolo di questa serie di fotografie.
“Le ali” però non sono solo quelle di Marcello, bensì anche quelle dei femminielli, che in questa giornata diventano degli angeli finalmente accolti in un ambiente che li ha sempre trattati con ostilità, e dove la tammurriata diviene suono di fede e spiritualità in una ricorrenza in cui sacro e profano camminano sinergicamente.
La persona ritratta nella maggior parte di questi scatti è Ciretta, il volto della Candelora di Montevergine e una delle ultime femminelle napoletane ancora vive. Avevo visto vari video degli anni passati in cui lei ballava e pregava circondata da centinaia di persone, e volevo assolutamente fotografarla nel modo meno voyeuristico e più esclusivo possibile, ma soprattutto speravo di creare una vera connessione che andasse oltre la mia volontà di immortalarla, temevo però che sarebbe stato impossibile trattandosi della persona più attesa dell’evento, è una sorta di guida spirituale per la sua paranza, come ama chiamarla lei, e per il resto dei fedeli lì presenti, che abbracciava accarezzando la loro schiena come per rimuovere le energie negative, nell’osservarla avvertivo io stesso qualcosa in me che si smuoveva, mi sembrava fosse capace di raccontarsi anche con un singolo sguardo, ed ero incredulo quando è stata lei stessa ad avvicinarsi a me chiedendomi se faccio foto per hobby, aggiungendo che si vede che ho un buon occhio da come mi avvicino al soggetto, non ho fatto neanche in tempo a ringraziarla che lei mi prende sottobraccio e mi dice di fotografare la salita sulla Scala Santa, momento più importante della giornata durante il quale lei entra in un intenso stato di trance.

Mi ha tenuto sotto la sua ala per tutto il tempo permettendomi di starle sempre accanto e concedendomi di scattarle delle foto così intime, che io mai avrei osato scattare senza il suo consenso, e tra un canto e l’altro si reggeva persino appoggiandosi al mio braccio.
Quando le ho confessato che ero dispiaciuto di non aver visto Marcello Colasurdo lei mi ha sussurrato: “No no, qui da noi non c’è separazione, lui è qui con noi.”, e questa affermazione racchiude la gioia, la sofferenza e la fede della Candelora di Montevergine, che a mio parere rappresenta il futuro delle tradizioni popolari; c’è chi pensa che si sia modernizzata troppo, ed è inconfutabile, ma questo perché è una festa più viva che mai e protetta in un flusso evolutivo continuo generato dai devoti a Mamma Schiavona che ogni 2 febbraio creano una bolla di atemporalità in cui una tradizione secolare fa i conti con il presente, invitandoci a voltare lo sguardo anche verso nuove realtà che a dir la verità sono sempre esistite.
Per concludere, ci tengo a sottolineare che nonostante i femminielli facciano parte del folklore napoletano, guardarli solo da quest’ottica rischia di disumanizzare e cancellare la loro sofferenza, è importante ricordarsi che sono carne e ossa, Ciretta ha affermato di aver conosciuto “femminelle” che sono state deportate nei campi di concentramento, non dimentichiamolo.