Le amministrative premiano il campo progressista. Intervista all’On. Cuperlo

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Di Matteo Galasso

Le elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre 2021 hanno portato alle urne 1100 comuni, tra cui importanti capoluoghi di provincia, come Roma, Napoli e Milano, oltre che la regione Calabria. Dai risultati si può delineare un vincitore netto: la coalizione di centro-sinistra, che – tra le altre cose – ha confermato il trend elettorale dello scorso anno, oltre che quello che si è rilevato in tutte le democrazie occidentali. Allo stesso tempo stiamo assistendo al crollo dei partiti di estrema destra, marginalizzati – loro malgrado – dall’emergenza pandemica, che ha portato i cittadini a chiedere alla propria classe dirigente cambiamenti concreti per continuare a studiare e lavorare dignitosamente nella fase post-pandemica. In molti comuni, anche capoluoghi di regione, i candidati progressisti hanno addirittura vinto al primo turno, mentre in molti altri, come Roma, sarà necessario unire le forze laddove si siano presentati più candidati per lo stesso schieramento. Ne parliamo con Gianni Cuperlo, Deputato della repubblica del Partito Democratico.

 

Onorevole Cuperlo, come reputa nel complesso il risultato di questa tornata elettorale?

Molto positivamente! La vittoria al primo turno di Sala a Milano, Lepore a Bologna e Manfredi a Napoli dà la misura di una solida credibilità dell’offerta che abbiamo messo in campo: si tratta di candidati ben radicati nel proprio territorio, che sono stati riconosciuti come affidabili e, soprattutto, con un programma credibile, a differenza della destra che ha clamorosamente sbagliato nella scelta, proponendosi come espressione di un civismo che non aveva radici nelle realtà che si candidavano a rappresentare. I ballottaggi a Roma, Torino e Trieste si presentano come una sfida nuova: anche in questo caso, però, è giusto ricordare che le nostre candidature di Gualtieri a Roma, Lo Russo a Torino e Russo a Trieste hanno tutti i requisiti per raggiungere il traguardo: da questo delineiamo un cambiamento nel panorama politico del Paese, con una destra fino a qualche mese fa invincibile, al punto da dire che l’unico obiettivo del centro-sinistra e del Pd fosse quello di rinviare il più possibile l’appuramento elettorale del voto politico per non permettergli di governare. Oggi, nessuno chiede elezioni anticipate, perché Draghi sta guidando un governo di unità nazionale e di emergenza che sta gestendo argomenti delicatissimi e fondamentali per la rinascita del Paese, come la campagna vaccinale e la gestione dei fondi del Pnrr europeo, ma non ci sono dubbi sul messaggio fortissimo che è uscito dalle urne di domenica e lunedì è che questa destra non solo non sia imbattibile, ma – al contrario – si può battere.

 

In Italia il PD viaggia a velocità diverse: andiamo da picchi del 30% nelle grandi città del nord Italia al 15% massimo raggiunto in diverse realtà meridionali. Come spiega questa differenza?

Il nostro è un partito che ha storie e radicamenti diversi ed eterogenei in tutto il territorio italiano. Ma, soprattutto, non dobbiamo dimenticare che il compito del nostro partito è quello di mettere al centro bisogni e interessi dei cittadini, prerogativa che vale da nord a sud. Per fare questo, però, è necessario fare un’operazione di profondo rinnovamento di questo partito e se c’è un messaggio che arriva con chiarezza dalle urne di domenica e lunedì è che senza il PD, un’alternativa alla destra non è data nei numeri, ma, allo stesso tempo, il PD non riesce, da solo di soddisfare a questa esigenza. Serve un atteggiamento di grande umiltà e coraggio nell’avviare un rinnovamento di noi stessi, superando logiche di potentati locali, filiere collettizie, aprendo in questo partito, come si usa dire,  porte e finestre. Chiunque abbia il desiderio di entrare nel partito e partecipare alla sua vita decisionale dando un suo contributo, non deve sentirsi più un ospite sgradito, ma un soggetto protagonista di un’avventura collettiva.

 

Come esce da queste elezioni la coalizione giallo-rossa (PD, M5S, Art.1)?

Con una valutazione oggettiva che riguarda le realtà dove siamo stati uniti a principio: a Bologna e a Napoli, anche grazie all’alleanza giallo-rossa abbiamo conquistato la vittoria addirittura al primo turno. Laddove la coalizione giallo-rossa è stata sostituita da due candidati avversari tra loro le cose non sono andate altrettanto bene: Gualtieri, candidato del centro-sinistra si è guadagnato il ballottaggio, mentre la candidata del Movimento 5 Stelle è addirittura passata al quarto posto e anche questo vorrà dire qualcosa. Non voglio banalizzare dicendo che uniti si vince e divisi si perde, però in realtà questo è un elemento da cui non si può prescindere: laddove si corra uniti ci sono più probabilità di vincere, mentre da divisi è più facile perdere, come è successo in Calabria, dove contro una destra unita abbiamo presentato tre candidature distinte per il centro-sinistra. I 5 Stelle si trovano, al momento, a un bivio in cui sono tenuti a scegliere da che parte stare, ma la direzione di marcia di Giuseppe Conte appare piuttosto chiara, anche in base alla sua ultima dichiarazione: ”mai con la destra”. Il futuro del M5S è nell’ancoraggio sempre più marcato, evidente e solido ad una coalizione di centrosinistra. Noi lavoreremo su questa alleanza, che neanche basterà a garantirci la vittoria, perché, soprattutto al nord, la loro presenza si è ridotta notevolmente quasi fino all’estinzione. Ci vorrà un’alleanza ben più ampia, che coinvolga forze civiche e movimenti. Ha, in ogni caso, ragione Enrico Letta a dire che siamo entrati in una nuova stagione di bipolarismo.

 

Queste elezioni hanno premiato il centro-sinistra, ma è sotto gli occhi di tutti il picco astensionista rilevato al 55 per cento, un vero e proprio record.

Questo è un problema molto serio, che non ha solo a che fare più con la semplice crisi della rappresentanza, intesa come partecipazione alle elezioni, ma ha a che fare con una vera e propria crisi potenziale della democrazia. Giorni fa, Hillary Clinton ha lanciato un allarme riguardante la tenuta del sistema democratico della democrazia più importante e più grande del mondo, ovvero gli Stati Uniti d’America e noi non possiamo tacere a riguardo. Non si tratta solo di un’altra tappa di un percorso di astensionismo progressivo o crescente, che ormai conosciamo da oltre vent’anni, ma qualcosa di più profondo che va analizzato: recuperare quella fascia elettorale che si è allontanata dalle urne e dagli strumenti della democrazia, deve diventare uno dei principali obiettivi della nostra iniziativa. Dobbiamo interrogarci assolutamente attuare una politica che cerchi il modo di risolvere, concretamente e non in modo astratto, le esigenze di tutti i cittadini.

 

Alcuni esponenti del PD parlano – nonostante i risultati che premiano il lavoro svolto dal campo progressista in questi anni – di alleanze con forze moderate e liberali di centro e centro-destra, quando sarebbe giusto puntare a vincere e governare marginalizzandole nel 2023: perché qualcuno preme in questa direzione?

Perché forse non vuole aprire gli occhi di fronte alla realtà. Come ho già detto, Enrico Letta ha fatto bene a sostenere la linea del bipolarismo, marcando due schieramenti precisi cui prendere parte. Non possiamo pensare che il futuro del Paese sia in una palude centrista con valori, identità e orientamenti non definiti: il nostro impegno deve essere quello di costruire un nuovo centro-sinistra in grado di essere competitivo. Non mi sento di dichiarare altro.

 

Come assicurarsi la vittoria al ballottaggio di Roma, Torino e Trieste e altre realtà più piccole come, ad esempio, Benevento?

Rivolgendoci agli elettori, a prescindere dalle appartenenze e dalle sigle del primo turno, perché i ballottaggi sono da sempre una partita a sé stante rispetto al primo, non il secondo tempo della stessa giocata lo scorso weekend. La priorità è riportare al voto, tra due settimane, quelli che hanno scelto il campo progressista già al primo turno, possibilmente allargando questo campo e facendo appello anche agli elettori delle altre forze di centro-sinistra che non hanno corso con noi. Secondo me, Gualtieri a Roma, Lo Russo a Torino, Russo a Trieste e il candidato autorevole che esprimiamo a Benevento (Perifano ndr.) in alternativa a Mastella, sono pronti a svolgere questa operazione di appello al voto e a soddisfare le esigenze delle proprie città.

 

Dopo una campagna di criminalizzazione contro lo Stato sociale e assistenziale da parte di chi certo non ha problemi di povertà assoluta, i cittadini avvertono oggi la necessità di un partito che tuteli i loro interessi: un partito che possa nei fatti abbattere le disuguaglianze garantendo un salario minimo ed aumentando la progressività delle tasse rispetto a chi detiene somme ingenti, come il 5% più ricco della popolazione. Crede che il PD saprà farsi carico di queste esigenze?

Credo di sì e me lo auguro, perché da questo dipende molte della nostra capacità di recuperare credibilità e affidabilità: dietro di noi ci sono stati 16 mesi che hanno stravolto la vita di milioni di italiani. Oggi dobbiamo offrire più rassicurazioni e certezze di diritti e tutele sul fronte del reddito e del lavoro: solo una politica di chiaro impianto progressista può garantirle. Ci aspettiamo che il governo con il varo della nuova riforma fiscale prenda in considerazione l’introduzione di un salario minimo orario, che è una misura di civiltà, e possa permettere il superamento del salario in base al tipo di contratto lavorativo. Ad oggi si classificano circa  945 categorie di lavoro, mentre all’inizio del 2000 erano solo 400, a dimostrazione che molte sono state create solo per garantire possibilità di sfruttamento. Se il salario minimo non sarà inserito nella riforma fiscale, mi auguro che il Partito continui a condurre una battaglia anche all’interno di questa legislatura per realizzarlo.

 

Questa delle comunali è solo l’ennesima conferma – giunta poco più di una settimana dalla vittoria dell’SPD in Germania – che testimonia il tramonto delle forze nazionaliste e sovraniste in Italia e in Europa. Come spiega Lei quest’inversione di marcia?

Credo che sia il segno anche dei 16 mesi della pandemia che abbiamo vissuto e che hanno cambiato il panorama complessivo dell’Italia e dell’Europa. La ricetta sovranista ha funzionato fino a quando non ci siamo ritrovati di fronte al cigno nero della storia: questa pandemia ha messo al centro i ritardi e le incongruenze della politica liberista che ha sacrificato i beni comuni, gli investimenti su sanità e scuola pubblica. Questo ha cambiato la percezione di milioni di persone e la vittoria dell’Spd in Germania ha dato questa misura. In Italia abbiamo conosciuto un volto che non è solo un appello alla stabilità, ma un richiamo a restituire questo Paese alla normalità. La destra di Meloni e Salvini di tutto ha parlato meno che di un ritorno alla normalità, strizzando l’occhio ai no-vax e ai no-greenpass, tutti fenomeni travolti dall’impatto elettorale.