Le azioni che si ripetono

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In questa strana, stranissima legislatura le azioni politiche tendono a ripetersi. Tre governi diversi, due crisi aperte dai due Mattei e adesso è l’ex premier Giuseppe Conte, che ha subito le prime due, ad aver voglia di fare uno sgambetto a chi lo ha sostituito a Palazzo Chigi. Il Movimento Cinque Stelle è in fibrillazione e a risentirne è l’esecutivo alle prese con una realtà drammatica (guerra, pandemia, grave situazione economica) mentre il Paese avrebbe bisogno di stabilità e chi ha governato lo sa bene. La tattica di Conte per ora è una sorta di guerriglia, agitare la bandiera di un Movimento che lotta per i diritti dei più deboli per incassare il più possibile ed evitare altre emorragie nei gruppi parlamentari dopo la scissione del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio e la nascita dei gruppi parlamentari di Insieme per il Futuro. Il punto politico da cui parte Conte è che restare all’interno dell’esecutivo in tutti questi anni ha prodotto un’erosione di consensi per il Movimento che per rilanciarsi ha bisogno adesso di ottenere qualche risultato attraverso una ritrovata visibilità oppure si dovrebbe tornare al progetto originario dei Cinque Stelle più di lotta che di governo come vorrebbe Alessandro Di Battista o l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi. La tendenza non solo contiana, è quella di provare a logorare Draghi anche perché più si avvicina il voto delle politiche e più altre forze politiche a cominciare dalla Lega potrebbero essere tentate dal ripetere l’operazione grillina. Salvini è già sul piede di guerra per altri provvedimenti come quelli sulla cannabis e sullo ius scholae. Cinque Stelle e Lega sono i movimenti che più stanno perdendo consensi da quando sono al governo con Draghi ed entrambi non sono più i partiti leader nelle rispettive coalizioni. La Lega all’interno del centro-destra è dietro Fratelli d’Italia e i Cinque Stelle stando ai sondaggi, sono lontanissimi dal Pd di Letta e proprio quest’ultimo comincia a mostrare segnali d’insofferenza verso il possibile alleato. E’ evidente che se i Cinque Stelle, come vuole l’ala massimalista, dovessero “strappare” con Draghi si metterebbero da soli fuori dal campo largo che ha in mente il segretario del Pd. Conservare quell’alleanza con Letta in chiave elettorale non sarà comunque facile. I Cinque Stelle, se la legge non cambia, devono negoziare i seggi partendo non più dai numeri di cinque anni fa ma da condizioni di debolezza che difficilmente possono cambiare in così poco tempo. Come ha scritto Stefano Folli “nella sostanza il campo largo, inteso come asse privilegiato tra Pd e M5S, è già in archivio. Oggi si ragiona sul cosiddetto nuovo Ulivo, un centrosinistra rifondato che vede il Pd al centro e i contiani in un ruolo tutto da definire, ma secondario. Ammesso che non si vada verso altre ipotesi, più aperte ai centristi; o proiettate verso un’ambizione maggioritaria, che presuppone un Pd in grado di raggiungere il 30 per cento. Difficile, certo, ma il punto di partenza è il progressivo addio al rapporto esclusivo con i Cinque Stelle. Spetta a loro, in ogni caso, decidere se accettare la parte minore nella commedia ovvero tentare l’avventura e rovesciare il tavolo del governo e dell’alleanza”. Si vede chiaramente però che sia il campo largo del centrosinistra che il centrodestra, oggi trainato dalla Meloni, sono due coalizioni elettorali e che avranno grosse difficoltà a governare qualora una delle due dovesse vincere le prossime politiche. Servirebbe altro per rilanciare una politica asfittica e che pensa più alla tattica che alla strategia. Rischiamo, per citare Shakespeare e il suo Riccardo III, di perpetuare “l’inverno del nostro scontento”  e di accentuare le conflittualità politiche senza ridurle.

di Andrea Covotta