Le memorie di un marinaio, Agnello si racconta

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Spesso l’incontro con un bel libro è fortuito. Da anni frequento a Nusco un’accorsata cartolibreria dove gentilezza e professionalità sono di casa. Qualche giorno fa, Valentina Coppola, che vi lavora, mi ha preannunciato che stava per uscire il libro di suo padre Agnello, capitano di lungo corso della marina mercantile oggi in pensione. Come vive – mi sono chiesto – in un piccolo paese di montagna un marinaio? Come ci è arrivato in queste contrade sempre meno abitate? Sono le domande che ho posto al “Capitano di lungo corso”, comodamente seduti a casa sua accanto al pianoforte (acquistato dopo tanti sacrifici) mentre una fisarmonica e un mandolino fanno bella mostra come primi amori che non si dimenticano. Nato a Piano di Sorrento nel 1956, oggi Agnello Coppola, dopo 41 anni di navigazione per i mari del mondo, ha scelto di vivere in questo boschetto di quercine e cerri in contrada Lago, in seno alla famiglia (moglie, due figli e un vispo nipotino) in una casa arredata con gusto artistico, passione musicale e arte presepiale. Il capitano Coppola (per tutti Nello) mi accoglie per una conversazione sul suo libro da poco pubblicato: “Noi, i marinai”, un ponderoso volume in cui descrive con competenza e passione la vita quotidiana in tutti i suoi risvolti del lavoratore marittimo. Nello immagina di iniziare un viaggio, alquanto lungo e variegato, con un uomo di terra per fargli toccare con mano e vedere con i propri occhi la vita quotidiana dei marittimi e sfatare così quanto recita un vecchio detto sorrentino: “Chi va per mare naviga e chi sta a terra giudica”. Ad un ipotetico lettore di nome Mr. Scott, lettore/spettatore, viene raccontata con dovizia di particolari la vita su di una nave mercantile durante un viaggio, non lesinando notizie tecniche sulle macchine, sull’equipaggio e significative note storiche. L’intento del Comandante, uomo deciso ma anche ironico, è quello di far ricredere Mr. Scott sui molti luoghi comuni marinareschi. E per tale scopo – sentenzia il Capitano – non c’è meglio di un viaggio su di una nave mercantile e non su una da crociera. “Al di là della retorica, – inizia a raccontare Nello – siamo stati un popolo di navigatori ma ora non lo siamo più. Dimenticare la propria storia è deleterio, non c’è domani se non si ha memoria del proprio passato. Nel nostro dna c’è il mare. Come c’era nella mia famiglia. Quando nacqui, mia nonna, la cui famiglia era impegnata nel trasporto degli agrumi verso gli Stati Uniti con lo spedizioniere Ciampa, di fronte alle difficoltà del parto, invocando il santo protettore, incitò mia madre con un proverbiale: “Varalo a mare stu bastimentu”e quelle parole furono il mio battesimo. Mio padre fu per decenni un capofuochista. Dopo la scuola, navale mi imbarcai per la prima volta nell’agosto del 1975 nel porto del Pireo, sulla petroliera Texaco. Ho navigato con diverse compagnie mercantili, per 16 anni col grado di comandante, e dopo quasi 40 anni di lavoro nel 2016 mi sono ritirato in famiglia fra le montagne di Nusco. “Al di là di una certa stantia retorica sulla vita dei marinai, anche in questo settore negli ultimi trenta anni si si sono avute trasformazioni profonde, a discapito della qualità de lavoro.

Mentre una volta questo duro lavoro – in parte anche ben retribuito – vedeva l’occidente protagonista, oggi il predominio marittimo si è spostato quasi tutto in Oriente e le condizioni di lavoro sono andate via via peggiorando sia in termini di sicurezza e di gratificazioni. Agli inizi degli anni ’70, con un diploma in tasca, bastavano pochi giorni per imbarcarsi come allievo ufficiale di coperta e iniziare un percorso lavorativo e professionale impegnativo, all’epoca ancora gratificante. Oggi invece è visto solo come un lavoro come un altro, a volte mascherato da pie illusioni da crocierista.” Dopo tre anni di lavoro su petroliere in un clima quasi militaresco e soffocante, Agnello fu richiamato per le leva obbligatoria nel 1978 nella marina militare. Congedato, scelse la marina mercantile proseguendo nella carriera. Su 41 anni di servizio ha navigato per 25 anni effettivi, lontano – ci tiene a sottolinearlo – dal record del nonno che navigò per venti anni di fila senza mai scendere a terra. Sulla scelta della marina mercantile, non poco pesò il suo matrimonio del 1980 con la compagna di scuola, originaria di Caposele e conosciuta a Sorrento. “Ad ogni partenza – confessa – è sempre stato per me un dramma separarmi da lei e dai figli. Nel 1980 ero imbarcato sulla nave “ Marina di Equa”– una gran bella nave che l’anno dopo nel Golfo di Guascogna fece naufragio per il maltempo e nell’affondamento persero la vita tre cari suoi amici alla cui memoria è dedicato il libro- quando mi raggiunse la notizia del terremoto. Furono giorni di ansia per l’intero equipaggio, e per me in modo particolare: solo cinque giorni dopo ebbi notizie confortanti sulla salute dei miei familiari. Quando chiedo ad Agnello di ricordare alcuni episodi drammatici e rischiosi vissuti in mare, in modo risoluti ed orgoglioso mi racconta di quella volta che si assunse la responsabilità di una deviazione dalla rotta con un pesante aggravio di costi per la compagnia pur di portare nell’ospedale più vicino un suo marinaio colpito da ictus. Non c‘è somma di denaro- sentenzia – che possa valere la vita di un uomo. Nella migliore tradizione marinara, ricorda inoltre con dovizia di particolati la prima guerra del Golfo nel 1980 e i rischi schivati, come quelli della pirateria marittima ancora esistente nell’Oceano Indiano, i monsoni di SW, i pochi momenti piacevoli in viaggio passati con la moglie a bordo o come affrontare il ciclone tropicale, il cosiddetto Tifone nel Mar della Cina. Un intero paragrafo è dedicato al tema dei clandestini sulla rotta Casablanca – La Spezia e la continua vigilanza per capire i mille sotterfugi inventati da gente povera e disperata per arrivare in Italia e vedersi poi scoperta e obbligata al rimpatrio. Nonostante la stretta sorveglianza, una volta nel porto di La Spezia sette di essi uscirono dai containers e fra essi vi era un ragazzo solo di 12 anni. Avrebbe voluto fare chissà cosa per aiutarlo – non dimenticherò mai mi confessa quegli occhi in attesa pieni di speranza – e non dover sottostare alle dure regole di un capitano consegnandolo per rimpatriarlo. Negli occhi del capitano brilla un sentimento di umanità come una stella polare. “Verso i primi anni del 2000 – prosegue nel racconto Nello – mi accorsi di guardare l’Irpinia in modo speciale. Ogni volta che ritornava fra queste montagne, da Volturara in poi, avvertivo dentro di me un forte sentimento di pace e serenità: queste montagne si sposavano con il mare e la mia vita di marittimo trovava una sua collocazione. E cosi quando per una fortuita coincidenza mi si presentò l’occasione di acquistare casa in questo boschetto, mi sembrò di trovare finalmente il porto della mia esistenza.” Quando chiedo infine a Nello come ha vissuto questo passaggio dal mare alle montagne, lui con pacata convinzione mi risponde che ne vale veramente la pena, nonostante – ammicca sornione – qualche disagio durante il periodo invernale. ““Sull’albeggiare di un mattino di autunno, passeggiavo nel bosco; avanzando con stivali al ginocchio a passo lento tra querce e rovi, respiravo avidamente l’aria pungente del mattino. Guardavo incantato il sole nascente d’un rosso carminio, tra l’azzurro dei monti lontani ed i primi chiarori nel cielo… Restavo a guardare e pensavo; nel mentre lo scampanellio di un gregge annunciava il suo arrivo nella spianata erbosa sottostante. Eccolo finalmente il gregge ed ecco là il pastore, che nel vedermi da lontano agitò un braccio in segno di saluto che contraccambiai com’è buon uso, tra gente di montagna. potrà mai immaginare quel pastore, che chi l’ha salutato sa di mare? Un marinaio su un monte è cosa rara. L’uomo che ha trascorso la sua vita tra sconfinate distese oceaniche, è ora là sull’appennino, per sua scelta lontano dall’ affaccendarsi caotico e frenetico della vita cittadina a cui per nulla è avvezzo, tra boschi e prati di montagna, dove ancora libera corre la fauna selvatica e dove la vita scorre a misura d’uomo. Dove chi incontri ti saluta senza che ti conosca mentre lontana odi una campana. Solo fin poco fa, quest’uomo era da tutt’altra parte, su mari e oceani lontani di cui quel pastore certo non ha alcun idea; in rotta dall’Australia per la Cina, dall’ India alla Corea o dal Giappone al Canada, porti, banchine, rade, canali e mate, ora tra i ghiacci a nord di Terranova, ora al transito dell’istmo di panama; dalla Malacca al Borneo, dalle Aleutine al Baltico, da un porto all’altro in giro per il mondo, la nave al suo comando era la sua casa, la gente di mare era il suo mondo; quanto diversa è stata la sua vita, da quella del novello montanaro che or s’appresta a interpretare.” Quando ci salutiamo, rifletto sul fatto che il mare è nel cuore di Agnello Coppola e non potrebbe essere diversamente per chi come lui sul mare c’è nato, trascorrendoci gran parte della sua vita. E quando d’inverno un manto bianco ricopre alberi e prati di contrada Lago e le poche casette sparse trai i boschi di querce, migliaia sono sempre le stelle che in mare e da queste montagne lui dice di vedere allo stesso modo. Ritorno a quel ragazzetto clandestino tunisino che il nostro Comandante prese per mano come un figlio, scolaretto da accompagnare a scuola e alle parole che il ragazzino gli rivolse sorridendo: “ Au revoir Capitano!” L’umanità di un marinaio come Agnello Coppola non conosce confini. E considerati i tristi tempi che viviamo, c’è da sperare che possa diventare contagiosa. Chapeau!

Gianni Marino