L’Europa e la leadership di Draghi

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Come l’anno scorso una Pasqua in lockdown. Tutti speriamo presto di tornare alla normalità e ci aggrappiamo all’unica vera arma per sconfiggere il Covid, la campagna di vaccinazione di massa ed uscire così finalmente da questo periodo drammatico.

Rispetto al 2020 è questa la nostra grande speranza e il generale Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza Covid, assicura che entro settembre l’ottanta per cento degli italiani sarà vaccinato e già nel mese di aprile ci sarà un massiccio afflusso di dosi che consentirà di utilizzare appieno gli hub.

Numeri che servono per tranquillizzarci e darci una ragionevole speranza ma oltre all’impalcatura serve soprattutto realizzare e completare l’opera. Come ha detto lui stesso, Mario Draghi guarda più alla curva epidemiologica che a quella dei sondaggi ma, ovviamente, deve fare i conti con i partiti che invece sono molto attenti all’umore dell’opinione pubblica che trascorrerà una seconda Pasqua blindata.

Obiettivo del premier è dunque quello di tranquillizzare i cittadini ed evitare scontri e polemiche con le forze politiche convincendole che non è il momento di piantare bandierine ma quello dell’unità.  A differenza di Conte che sia nel primo esecutivo che nel secondo doveva mediare tra forze politiche diverse, Draghi non ha un partito di riferimento ed è un Presidente del Consiglio super partes.

Nel suo governo ogni singola forza politica ha un suo spazio di manovra, ma al momento l’autorevolezza di Draghi ha ristretto i margini di azione dei partiti. Insomma il premier sa perfettamente che un’opinione pubblica così disorientata e ansiosa di riprendere una normalità, vuole punti di riferimento certi e parole di verità e non di propaganda.

La cornice per risolvere i problemi e dare attuazione alla campagna di vaccinazione resta sempre quella europea ma occorre evitare il rischio che ogni singolo paese si muova da solo. Nel corso dell’ultimo Consiglio europeo Draghi ha denunciato che la gestione europea della pandemia è stata un pasticcio e che “i cittadini si sentono ingannati da alcune case farmaceutiche” e il premier sa benissimo che proprio questo è il momento per l’Europa di dimostrare la sua capacità politica e di non essere tacciata sempre di essere solo un gigante burocratico.

L’Europa è oggi chiamata alla prova più difficile, deve dimostrare di poter gestire la più grande emergenza dal dopoguerra e lo deve fare esercitando una leadership comune di tutti i governanti. E’ in questo quadro che può crescere ancora di più il ruolo di Draghi.

Come ha scritto Stefano Folli “nell’Unione oggi si avverte il vuoto della leadership tedesca, cioè la fine del potere di Angela Merkel. A ciò si aggiunge la relativa debolezza di Macron, avviato anch’egli ad un’incerta stagione elettorale.

In questo scenario il premier italiano, forte del prestigio conquistato negli anni della Bce, può esercitare in modo legittimo un ruolo cruciale, vale a dire essere il punto di equilibrio di un’Europa bisognosa di reinventare un’architettura politica fondata sul triangolo storico: Germania, Francia, Italia.

Prima della sua decadenza, non c’erano dubbi che il governo di Roma fosse la terza gamba dell’assetto europeo. Poi, la lunga fase dell’Italia malato d’Europa ha offuscato un passato di cui si era quasi persa memoria. Ora che c’è da ricostruire, Draghi può essere il personaggio chiave in grado di mediare tra paesi in difficoltà per rilanciare il processo d’integrazione”.

Dunque la leadership di Mario Draghi, non solo può curare la nostra democrazia e aiutare a far maturare i processi politici interni, ma può chiamare l’Europa ad una nuova responsabilità gestendo l’emergenza sanitaria senza rendere fragile l’edificio economico e guardando soprattutto al futuro delle prossime generazioni a cui non a caso è dedicato il piano: Next Generation Eu.

di Andrea Covotta