L’ircocervo del PD

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Andrea Covotta

Il 27 febbraio di un anno fa Elly Schlein è eletta segretaria del Pd, votata non solo dagli iscritti ma anche da chi non ha la tessera dei democratici. La prima donna a guidare il partito, prende il posto di Enrico Letta che le regala un melograno di ceramica rosso simbolo di prosperità. Sempre a febbraio, ma il 14 del 2014, Enrico Letta si era dimesso da presidente del consiglio. Un mese prima in una trasmissione televisiva, l’allora segretario del Pd Matteo Renzi aveva giurato: nessuno vuole fregarti il posto e per avvalorare questa tesi aveva lanciato l’hashtag divenuto celebre: “enrico stai sereno”. Oggi Renzi, che i democratici li ha lasciati, guida un partitino centrista e tra i suoi obiettivi da colpire c’è proprio il Pd che viene, quotidianamente o quasi, bersagliato dalle sue invettive. In questi ultimi dieci anni il partito democratico è stato spesso al governo, ha avuto vari leader e ha attraversato diverse stagioni politiche senza mai riuscire a risolvere, e nemmeno ad affrontare concretamente, questioni strutturali rilevanti. Nessun nodo è stato realmente sciolto a partire da quello delle alleanze, si discute da tempo se è meglio tornare ad una logica “veltroniana” e dunque correre da soli, oppure ricercare intese con l’ingombrante ma al momento indispensabile Movimento Cinque Stelle, alleato alle prossime elezioni che si terranno domani in Sardegna. Come ha sottolineato con lucidità Marco Follini: “l’attuale Pd è un ircocervo, un animale mitologico. Infatti, da un lato esso viene percepito come il luogo canonico della classe dirigente, il partito che ha espresso gli ultimi due capi dello Stato, quello che assomma in sé, o almeno pretende di farlo, la gran parte delle nostre tradizioni più blasonate. E dall’altro però, quasi a compensare questa aulica solennità che lo ha contraddistinto il più delle volte, esso vorrebbe proporsi al contrario come una forza dinamica, innovativa, senza radici che richiamino troppo il passato. Combinazione assai difficoltosa. E resa ancor più difficoltosa dalla marea populista che ha sotterrato tanta parte di quelle storie e tradizioni (marea verso cui l’attuale Pd si ostina ad essere troppo compiacente)”. Questa difficoltà segna anche la segreteria di Elly Schlein che, esattamente come chi l’ha preceduta al Nazareno, non riesce a connotare politicamente il partito se non come la forza politica più grande tra quelle collocate all’opposizione. Il Pd resta, dunque, sempre un “partito sospeso” tra la voglia di ricercare qualcosa di nuovo e l’ancoraggio alle tradizioni delle origini democristiane e comuniste. In questo lungo momento di “sospensione” alla Schlein come alla Meloni non resta che rifugiarsi nella radicalizzazione calcando la mano sugli aspetti identitari più che su una strategia e una visione politica. Meloni e Schlein però si cercano ed entrambe hanno lo stesso obiettivo: emarginare i rispettivi alleati, creare una piccola voragine con gli altri giocatori in Parlamento e polarizzare sulle loro figure i prossimi mesi. Un’unione di intenti, una sorta di riconoscimento reciproco scandito da contatti e interlocuzioni dirette nonostante le nette differenze tra due donne che restano pur sempre avversarie.