L’Italia che si sveglia dal letargo

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L’Italia che si risveglia dal lungo letargo imposto dall’epidemia scopre che il rapporto fra società e politica è radicalmente cambiato. Intanto, mentre la politica ha ripreso a marciare, se non ancora a correre, la società resta ferma al palo. L’economia “reale” non esce dalla in terapia intensiva, fra cassa integrazione, sussidi, risarcimenti promessi all’industria, al turismo, al commercio, che però tardano ad arrivare a destinazione e comunque non sono in grado di innescare una ripresa effettiva. I corpi intermedi – sindacati compresi – sono come storditi dopo l’imprevista gelata produttiva che ha ostruito i canali di comunicazione fra la base e il vertice della piramide sociale. I sondaggi di opinione registrano questa trasformazione che sta modificando la geografia politica del paese e rischia di comprometterne il profilo democratico. Cresce la fiducia – o meglio una sorta di affidamento quasi fatalistico  – nel leader, capo dell’esecutivo nazionale o regionale che sia; cala l’identificazione con un governo, una squadra, un progetto. Se i partiti si erano “spenti” già da tempo, come ha osservato Luciano Violante, il Covit-19 si è incaricato di disperdere anche i resti dei surrogati, di plastica, da talk show o da campanile che li avevano sostituiti per un non breve periodo. E infatti Giuseppe Conte, l’unico che si salva in questa fase, non si rivolge ai partiti, nemmeno a quelli della sua maggioranza, ma direttamente ai “cittadini”, tutti arruolati in una formazione che non è neppure il “partito del Presidente” ma una specie di assemblea permanente che ha il solo compito di fare da rassegnata cassa di risonanza alla retorica vuota del potere.

Cica un anno fa, e comunque prima che l’epidemia producesse lo stordimento attuale, le analisi sociali indicavano allarmate una pericolosa tentazione: la nostalgia dell’uomo solo al comando, frutto perverso della fine delle ideologie e della crisi terminale dei partiti che le avevano interpretate. Ora siamo un passo più avanti: resta l’uomo solo, ma a patto che il comando di cui ha la delega piena non venga esercitato. Il decisionismo coincide col rinvio di ogni decisione; ed ogni scusa, ogni procedura è funzionale al rinvio. Si veda il caso degli Stati generali dell’economia, progettati per mettere a punto il rilancio produttivo e attirare i finanziamenti europei: l’Italia è l’unico dei 27 ad aver messo in campo un meccanismo così farraginoso (per non dire inutile); ma a metà percorso il governo annuncia che il risultato si vedrà non prima di settembre. Nel frattempo la crisi galleggia, e il premier vede una conferma della sua strategia: essere indispensabile ma al tempo stesso inefficace, forte della debolezza di tutti gli altri. Come la crisi, infatti, anche il Conte bis galleggia surfando sulla crisi dei Cinque Stelle, sull’inerzia programmatica dei democratici, sulla sorda lotta per il primato delle opposizioni. La resa dei conti diventa la chiave di volta della politica che si è svegliata dal letargo; ma la resa dei conti è sempre rinviata, e con essa lo strumento principe di ogni prova di forza: il voto. Il rinvio conviene a tutti, come dimostra l’incidente sfiorato per un pelo giovedì al Senato. Meglio non riprovarci.

di Guido Bossa