L’Italia non è un Paese per giovani (e non vuole diventarlo)

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Di Matteo Galasso

Nell’ultimo mese, un nuovo dibattito sulla fuga dei cervelli dal nostro Paese si è sviluppato da un’affermazione del Segretario Nazionale del Partito Democratico, Enrico Letta, che dovrebbe poi concretizzarsi come proposta per la prossima riforma fiscale.

Il Leader del PD ha proposto di introdurre una nuova tassa di successione, che interessa l’1% dei più ricchi della popolazione Italiana, riferendosi quindi a tutti coloro i quali siano in possesso di un patrimonio superiore ai 5 milioni di euro.

Letta immagina di poter finanziare, grazie a questa tassa, una dote di 10 mila euro per i diciottenni italiani che presentano difficoltà economiche. Lo scopo sarebbe quello di permettere alle giovani generazioni – le più colpite dalla pandemia – di restare in Italia per lavorare o studiare senza dover gravare sulle spalle della propria famiglia. La dote toccherebbe, infatti, circa la metà dei neo-maggiorenni, in base all’Isee.

La risposta del Presidente del Consiglio Draghi è stata negativa perché – a detta del premier – non è il momento di togliere altri soldi ai cittadini, invece di darli. Ma, in un certo senso, questa affermazione è, senza volerlo, coerente con la proposta di Letta: se è vero che le nuove generazioni sono le più colpite già prima della crisi economica e sociale dovuta all’emergenza Covid-19, è oggi il momento di permettere loro di restare in Italia, evitando la povertà o in alternativa dover restare a casa dei propri genitori fino, in qualche caso, a 40 anni.

Questa proposta è inoltre coerente con molte altre realtà europee e globali: la nuova tassazione funzionerebbe in modo progressivo, partendo da eredità e donazioni superiori a 5 milioni di euro e non andrebbe mai oltre il 20% del totale. Considerando che la stessa tassa raggiunge il 30% in Germania, il 34% in Spagna, il 40% nel Regno Unito e, addirittura, il 45% in Francia: solo in Italia si ha al momento una tassa di successione che non va oltre il 4%, è vergognoso!

Non dimentichiamo che una proposta a favore dei giovani restituirebbe allo Stato la fiducia di chi fino ad ora si è sentito abbandonato o trascurato, oltre a garantire un senso di gratitudine, che spingerebbe giovani lavoratori e studenti a restare e non lasciare il nostro Paese.

Certo è che se la proposta di dote non dovesse essere finanziata con il contributo dei “più ricchi”, la stessa non costituirebbe una ridistribuzione di ricchezze e opportunità ma andrebbe semplicemente a gravare sul debito pubblico del nostro Paese, che – a furia di essere progressivamente innalzato a suon di debito buono e debito cattivo – è arrivato a toccare il 159,7% del Pil nel 2021: una vera e propria “palla al piede” per tutti coloro che vogliono migliorare la propria condizione economica e sociale.

Al momento il trend può ancora essere invertito e appare sostenibile, date le previsioni di crescita del Paese, ma qualcosa per abbassarlo a lungo termine va fatto.

Oltre alla carenza stessa dell’occupazione giovanile, che vede – secondo l’ultima rilevazione Istat – a maggio 2021 una disoccupazione al 31,7% dei giovani tra i 18 e i 25 anni e al 15,8% tra quelli di 25-34 anni, altro problema è l’assenza di un salario minimo legale universale: secondo gli ultimi dati Eurostat, infatti, a gennaio 2021 l’Italia è tra i sei Paesi dell’Unione Europea nei quali manca un reddito minimo.

Nonostante si vada dai minimi inferiori ai 700 euro nella zona più orientale dell’UE, si arriva a una media di circa 1555 euro in Francia fino a toccare i 2200 in Lussemburgo. Il nostro Paese dovrebbe adottare una politica salariale che garantisca a tutti i lavoratori uno stipendio che consenta di far fronte a tutte le spese e le proprie esigenze economiche senza dover ricorrere necessariamente a un sostegno per le proprie famiglie, quasi come se poter lavorare costi a sua volta.

Per quanto riguarda invece l’emigrazione giovanile dall’Italia verso altri Paesi, le cifre sono progressivamente in crescita e secondo alcune stime i numeri dei giovani in fuga sarebbero triplicati rispetto a soli tre anni fa. Nonostante la pandemia, il trend in salita è continuato anche nel 2020, anno in cui si sono infatti iscritti all’Aire, per sole motivazioni di espatrio, 130.936 italiani, dei quali 53.582 (il 40,9%) ha tra i 18 e i 34 anni. Questa fascia di età influisce sul totale degli iscritti per circa il 23%.

In Italia tutti i politici lamentano continuamente la “fuga dei cervelli”, incolpandosi l’un l’altro per non aver impedito che i giovani abbandonassero il nostro Paese in vista di un futuro migliore e più stabile in un altro che – avendone compreso l’importanza e le reali potenzialità – li accoglie e gli permette di vivere in modo dignitoso e senza essere sfruttati.

Strumentalizzare sulla precarietà dei giovani e illuderli solo per ottenere il loro voto non li aiuterà certo a costruire la propria famiglia in Italia: per questo è arrivato il momento di andare oltre le lamentele e di capire quali sono le soluzioni reali e immediate a questi problemi.

Ora che una proposta a favore della redistribuzione e degli stessi giovani è stata formulata, la maggior parte degli esponenti politici ha preferito difendere gli interessi di quell’1% che tiene fermi in banca da generazioni milioni di euro, rispetto al voler impedire che centinaia di migliaia di italiani lascino e continuino a lasciare per sempre il nostro Paese, portando con se la propria intelligenza, il proprio talento e le proprie capacità, con cui volentieri avrebbero contribuito ad una crescita economica, sociale e collettiva.

La proposta di Enrico Letta non è sufficiente a trattenere i giovani, ma può essere l’inizio di una serie di riforme che pareggino le disuguaglianze e il divario tra i pochi ricchi e tutti gli altri cittadini tentando di rallentare quella che sembra ormai una endemica fuga dei cervelli.