Luxemburg, attualità e futuro

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“La libertà è sempre quella di chi la pensa diversamente. Non per fanatismo ‘per la giustizia’ ma perchè tutto quanto vi è di istruttivo, di salutare, di purificatore nella libertà politica dipende da questo modo di essere e perde la sua efficacia quando la libertà diventa privilegio”. E’ questa una delle frasi più significative del saggio sulla Rivoluzione d’Ottobre che Rosa Luxemburg, esprimendo un’adesione critica, scrisse nel settembre del 1918, mentre scontava i due anni di carcere a cui era stata condannata, per la sua attività politica di socialista di sinistra o comunista, che dir si voglia. In polemica, nutrita di stima reciproca, con Lenin, quell’ebrea polacca, naturalizzata tedesca, che sarebbe stata chiamata la Rosa Rossa, individuava nel protagonismo delle masse, nella libertà e nella democrazia, unitamente all’uguaglianza, alla giustizia sociale e alla pace, i caratteri precipui del socialismo, legati fra loro da un indissolubile nesso. Sicchè, all’indomani della catastrofe della prima guerra mondiale, provocata dal conflitto tra i banditi dell’imperialismo e della finanza inglese e tedesca, contro cui si era battuta strenuamente, l’alternativa le appariva antinomica e drammatica: “Socialismo o barbarie” come ebbe a dire nel 1916. Oggi, a fronte di una crisi radicale del pensiero e delle forze di sinistra e al dominio della mondialità dei mercati, gestiti dai ristretti comitati d’affari della grande finanza, che ha provocato la tragedia del Covid e sta portando l’umanità a un mortale disastro ecologico, mentre ad Est il bellicismo nazionalista di Putin ha scatenato in Ucraina una guerra crudelissima, appare indispensabile un nuovo pensiero di sinistra che si proponga la pace e la salvezza del genere umano, liberandolo dall’alienazione e dalla mercificazione. Per farlo, appare fondamentale e prioritario, anche se non esclusivo, riproporre e sviluppare, cogliendone l’attualità gravida di futuro, del pensiero politico e socio-economico della Luxemburg. Di una grande donna, che fatta assassinare brutalmente e proditoriamente dal governo socialdemocratico tedesco il 15 gennaio 1919, quando aveva compiuto neppure 48 anni, fu definita da Mehring “il cervello più geniale dell’Internazionale”, da Radek “Il più profondo spirito critico del comunismo”, da Lucaks “la sola discepola di Marx che abbia prolungato l’opera della sua vita”. Di là dalla potenza critica di stampo kantian-marxiano della sua analisi della morfologia del capitalismo e dell’imperialismo, che l’affianca a Lenin (cfr “L’accumulazione del capitale” e “Introduzione all’economia politica” in primis), appare quanto mai attuale la sua concezione elaborata in polemica con il revisionismo di Kautsky e di Bernstein- del rapporto indistruttibile tra riforma sociale in quanto mezzo per la trasformazione sociale o rivoluzione sociale in quanto scopo”. Peraltro, solo nella società socialista l’emancipazione della donna si realizza come superamento della società patriarcale e maschilista. Un siffatto riformismo democratico-rivoluzionario ha il suo fondamento forte – rileva Hannah Harendt in un saggio dedicato alla monumentale monografia di Peter Nettl “Rosa Luxemburg”- nel concetto di giustizia, in quanto dotato di valenza etica, sociale e politica e nella teoria dell’azione politica delle masse, per le quali la giustizia rappresenta il motivo ispiratore e il fine.

di Luigi Anzalone