Monteforte e Quindici commissariati, Caputo (Prc): crisi del principio di legalità senza precedenti

L'esponente del comitato politico provinciale di rifondazione comunista: "Il Pd deve decidere una volta per tutte da che parte stare"

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La sede del comune di Quindici

Luigi Caputo, del Partito della Rifondazione Comunista – Unione Popolare, Comitato Politico Provinciale, federazione di Avellino, parla di una “crisi del principio di legalità senza precedenti nel cuore amministrativo della nostra provincia”.

“La singolare coincidenza temporale delle dimissioni del sindaco di Avellino e dello scioglimento per infiltrazioni mafiose dei Comuni di Quindici e Monteforte (insieme alla bufera giudiziaria che sta travolgendo l’Alto Calore Servizi e lambisce anche l’amministrazione Provinciale) proietta la nostra provincia in una situazione di autentica emergenza politico-giudiziaria, con gravi riflessi sulla stessa vita democratica delle nostre comunità”.

“Se il caso di Quindici si inserisce in un contesto in cui la presenza della criminalità organizzata è (fatta eccezione per qualche effimera stagione di riscatto civile), purtroppo un elemento radicato, e reiterate nel tempo le sue esiziali ripercussioni sul funzionamento delle istituzioni locali, quelli, pur profondamente diversi tra loro, di Avellino e Monteforte, denotano una crisi del principio di legalità senza precedenti nel cuore amministrativo della nostra provincia: il capoluogo e il suo hinterland”.

“E’ lecito chiedersi che cosa stia accadendo in Irpinia, da tempo non più, e probabilmente mai stata, l’isola felice cara a certa retorica passatista, ma comunque mai precipitata così in basso sotto questo profilo. Problematiche acute, risalenti nel tempo e mai sciolte, insieme a nuove contraddizioni stanno lacerando il tessuto democratico delle nostre comunità”.

“Sovvengono intanto, a un’analisi sommaria di un tema che richiede senz’altro ulteriori e più approfondite riflessioni, le parole di Enrico Berlinguer del 1981 sulla trasformazione dei partiti di governo in macchine di potere clientelari e prive di idealità: partiti oggi forti per le risorse che possiedono e gestiscono, ma deboli sotto il profilo della militanza e delle strutture organizzative, perciò permeabili ed esposti all’assalto di singoli avventurieri, imprenditori spregiudicati e consorterie varie che considerano l’attività politica come una forma di investimento da cui ricavare profitti, ascesa sociale e malinteso prestigio”.

“Pratiche deteriori agevolate e incentivate da un contesto normativo che enfatizza il ruolo di presidenti e primi cittadini, svilisce la funzione di controllo delle assemblee elettive, favorisce la commistione tra politica e affari. Il caso di Monteforte, in particolare, è inquietante ed emblematico al tempo stesso, perché riunisce in sé gli effetti perversi del malgoverno amministrativo (basti pensare al bilancio consuntivo approvato da un commissario “ad acta” largamente oltre i termini di legge) e dell’infiltrazione della camorra nelle istituzioni”.

“Lo è nel contempo perché si tratta di un Comune il cui vertice aveva una precisa connotazione partitica, quella del Pd, il quale, nonostante i gravissimi comportamenti e le relazioni pericolose coltivate dal sindaco Costantino Giordano, non ha mai adottato, per meri calcoli di convenienza, alcun provvedimento nei suoi confronti, né espresso alcuna censura o valutazione critica”.

“La destra oggi al governo non ha affatto nel suo Dna politico la sensibilità verso il contrasto e la lotta alle mafie, il che non le impedisce però di sfruttare strumentalmente e faziosamente il tema per un proprio tornaconto elettorale, come dimostra l’incredibile vicenda della commissione di accesso al Comune di Bari”.

“Il Pd dal canto suo deve decidere una volta per tutte da che parte stare, se intende essere il partito che sostiene le battaglie di Libera di don Luigi Ciotti o quello di Giordano o di altre figure come lui. L’abdicazione morale e la disinvoltura che sfocia nel cinismo generano i mostri che sono sotto i nostri occhi e allontanano sempre più la cittadinanza dalla cosa pubblica, rendendo quest’ultima ancora più debole e vulnerabile, in un circuito perverso potenzialmente senza fine.”