Patrick Zaki: altri 45 giorni di detenzione

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Di Matteo Galasso

Ora è ufficiale: Patrick Zaki, studente egiziano dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, resterà in custodia cautelare nel carcere di Tora per altri 45 giorni. A diffondere la notizia del Dipartimento terrorismo del tribunale de Il Cairo è stata la stessa Ong “Egyptian Initiative for Personal Right” con cui lo studente collaborava.

Lo studente è stato arrestato e incarcerato senza processo il 7 febbraio del 2020, appena arrivato all’Aeroporto della sua città, per un breve soggiorno dai suoi genitori, con l’accusa di propaganda sovversiva nei Confronti dello Stato Egiziano. Per la stessa motivazione il regime di Al Sisi ha ordinato in questi anni diversi arresti di molti attivisti scomodi con l’accusa di voler indebolire significativamente la sua immagine nei confronti di altre nazioni.

Al suo arrivo – come ci comunica il suo avvocato­–lo studente sarebbe stato ammanettato e bendato da agenti dei servizi segreti e trattenuto per 17 ore in aeroporto per un interrogatorio: poi sarebbe stato picchiato sulla schiena e sul torace e torturato con scosse elettriche. È stato trasportato nel carcere di Mansura in attesa di udienza, prevista per il 7 marzo 2020, nella quale la sua carcerazione preventiva è stata posticipata di 15 giorni a causa della diffusione del Covid-19. Da allora è stato trasferito nel carcere di Tora, dove la sua detenzione, spesso per motivazioni differenti, è stata – e continua ad essere – ripetutamente prolungata per periodi successivi di 45 giorni.

Zaki avrebbe scritto e pubblicato, a detta delle autorità egiziane, una serie di post su Facebook, dove avrebbe diffuso informazioni false e dannose per lo Stato, minacciando la sicurezza nazionale, incitando a proteste illegali e diffondendo false notizie. Tra le altre accuse anche quelle di sovversione e terrorismo.

La difesa e lo stesso Patrick, sostengono però l’inesistenza di tali post, appellandosi alle autorità egiziane con la richiesta di segnalarli a Facebook per risalire di conseguenza al loro autore: cosa che Il Cairo si rifiuta di fare e che ancora di più testimonia la probabilità dell’inesistenza di motivazioni reali che giustifichino il suo arresto.

Gli avvocati della difesa non possono fare altro che attenersi alle sentenze decretate dai giudici egiziani, i quali non hanno battuto ciglio neppure davanti alla richiesta di scarcerare lo studente per permettergli di fare visita al padre, ricoverato a seguito di un peggioramento delle proprie condizioni di salute. Condizioni che sembrano essersi aggravate proprio durante l’ultimo anno, a seguito della detenzione del figlio. George Zaki sarebbe stato, infatti, ricoverato in un ospedale de Il Cairo poco dopo il primo anniversario dell’incarcerazione di Patrick: ”Se Patrick fosse qui– ha dichiarato –la mia salute migliorerebbe, ne sono certo”.

Neppure questo è bastato a far cambiare idea alle autorità egiziane, che non esitano a prorogare di volta in volta la carcerazione preventiva di un giovane generoso e altruista che si batteva per i diritti umani e contro le disuguaglianze sociali. Risorse come Patrik andavano valorizzate da quel Paese, non certo silenziate attraverso la detenzione.

Le condizioni fisiche e psichiche del ragazzo sarebbero disastrose: logorato mentalmente dall’ennesimo rinvio a giudizio, Patrick sembrerebbe affetto da una forma di depressione, molto comune tra i detenuti sottoposti a quel tipo di trattamento. Soffrirebbe inoltre di forti dolori alla schiena, dovuti alla mancanza di un materasso dove dormire. Insomma, condizioni disumane che violano di fatto le convenzioni internazionali in tema di diritti umani.

Il 18 dicembre il Parlamento Europeo, che definisce arbitrario il suo arresto, richiede la scarcerazione immediata e incondizionata di Patrick Zaki e il ritiro di tutte le sue accuse, oltre ad auspicarsi una reazione coordinata e puntuale da parte dell’UE. Dall’inizio della sua detenzione molti comuni Italiani, tra cui Bologna, Milano e Napoli, hanno conferito a Zaki la cittadinanza onoraria.

Un ultimo tentativo per liberarlo può essere rappresentato dal conferimento della cittadinanza Italiana. Certo è che non è più tollerabile attendere un verdetto che probabilmente non arriverà mai da parte delle autorità egiziane, le quali si sono rivelate inaffidabili e detengono ingiustamente centinaia di giovani attivisti, blogger e giornalisti non allineati al regime. Molti di loro, dopo la scadenza dei due anni di detenzione, che sono il limite per il rilascio in questi casi, vengono nuovamente arrestati. In questo modo sono trattenuti in carcere per un periodo di tempo indefinito e senza consapevolezza alcuna di quando finirà la propria detenzione.

Sono passati 390 giorni dall’arresto di Zaki: nessuno ha ancora mosso davvero un dito, né alcuna sanzione è stata prevista verso quel Paese: noi speriamo solo che non si ripeta la storia di Giulio Regeni e che la politica internazionale possa con estrema determinazione pretendere nell’immediato e senza condizioni la liberazione del giovane studente egiziano.