Pensieri sparsi su questo Ferragosto

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Mia madre Lenuccia, buonanima, tra i tanti insegnamenti che mi ha lasciato mi diceva che nel giorno di Ferragosto il mio primo pensiero sarebbe dovuto andare ai poveri. Perché, mi spiegava, il loro mondo è quello della verità, del bisogno vissuto, della speranza che non muore mai. Ossequioso a quell’insegnamento oggi mi recherò alla mensa dei poveri “Don Tonino Bello” per stare con le persone vere e assestare un colpo a quelle debolezze, come l’individualismo, che non risparmiano neanche me. La povertà è una grande tragedia umana sulla soluzione della quale non ci si sfida mai abbastanza: servirebbe fermarsi e riflettere su tutto quello che ciascuno può fare realmente per chi ha bisogno e per frenare il nostro correre verso il vuoto. La povertà implica un modo diverso di vivere e di morire. Essa, paradossalmente, si coniuga con il potere, diventandone strumento per l’altrui consenso. Ma c’è anche un’altra povertà, quella di spirito, ad esempio, che si manifesta spesso nell’incapacità di relazionarsi con gli altri attraverso il dialogo e il confronto. E’ egocentrismo che produce superbia, arroganza, presunta superiorità, umiliazione degli altri. La faccia più evidente della povertà la si ritrova nelle scene del bisogno. E’ quella dei cosiddetti “barboni”, dei mutilati accovacciati sul marciapiedi, delle lunghe file di uomini e donne per sfamarsi, è in chi è costretto a chiedere l’elemosina. C’è ancora un’altra povertà costruita dall’umanità. E’ quella del calcolo senza anima, che mette gli uomini l’uno contro l’altro e, quindi, li fa procedere nella direzione opposta al bene e all’umano. Come accade in queste ore di ferragosto in Ucraina, terra insanguinata e martoriata, dove uomini dalle divise diverse piangono i loro lutti rendendo più incerto e più povero il futuro. La terra è di tutti, il potere la divide, approfondendo quel solco tra ricchezza per pochi e povertà per tanti. C’è un solo valore che unisce, lo diceva magistralmente il principe De Curtis con la sua “Livella” ed è la morte. Davanti ad essa le differenze scompaiono, il potere non conta. Come sarebbe bello e virtuoso un mondo in cui la competizione si modulasse sul sentimento della solidarietà, dell’unità nel conseguire il bene comune e non sul primato del male del tutti contro tutti, all’insegna di uno sfrenato individualismo che non crea felicità. No, non è solo utopia. E’ la speranza che dovrebbe animare quanti vedono nella pace un obiettivo possibile, nella sanità onesta un traguardo raggiungibile, nella politica il mezzo per dare e non solo per ottenere. In un solo concetto: la riscoperta della famiglia umana che vive del bene comune. Con questa intenzione auguro ai lettori, alle loro famiglie un ferragosto delle buone azioni oltre le buone intenzioni.

Gianni Festa