Proprietari “poveri” e contadini “ricchi”

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Di Fiorenzo Iannino

Nei primi anni del Novecento, di fronte al dilagante fenomeno dell’emigrazione transoceanica, il ceto dominante irpino chiese a gran voce di porre un forte argine alle partenze: ‘L’emigrazione: ecco la gran piaga del Mezzogiorno, e della nostra provincia in particolare, che si avvia ad uno spopolamento sconfortante. Tutti partono, restano i vecchi, i ragazzi e … gli arruffoni!’. Il fenomeno, denunciò la liberale ‘Sentinella Irpina’, era una perniciosa ossessione, che peraltro sovvertiva equilibri sociali ritenuti fino ad allora immutabili: ‘Né è possibile porre un freno a questa violenta mania migratoria, né vi è la più lontana speranza di un ritorno a quell’affetto che ogni uomo – specie se contadino- ha sempre serbato per la terra dove è nato, dove ha sudato lavorando […] il nostro contadino fin dai dieci anni sogna la traversata del grande oceano, e si abitua a vedere la fortunata danza dei dollari […] Se tutti i vigorosi lavoratori di giorno in giorno scompaiono, fuggono, abbandonano le nostre terre alle cure della loro femmina e del loro bambino, quale fertilità può dare la terra senza l’aiuto dell’uomo valido, vigoroso?’. ‘I contadini vivono assai bene’ I nemici dell’emigrazione non esitarono a dire che ormai i veri poveri erano i proprietari. Nel 1907 lo proclamò senza alcun ombra di dubbio il periodico montorese ‘Risveglio’: ‘I contadini dell’Irpi – nia, quasi da per tutto vivono assai bene; sono i proprietari invece che per la maggior parte oberati di debiti vanno alla malora per mancanza di affittaiuoli e pel rincaro della mano d’opera’. La ‘Senti – nella’ aggiunse: ‘Fra coloro che hanno la disgrazia di essere proprietarii interrogate non già i latifondisti, ma i possessori di appezzamenti di terreno – come quelli della nostra provincia- e domandate loro quanto ricavino dalle loro proprietà e vedrete, che se dal prezzo di fitto di terre togliete l’enorme corrispettivo fondiario e tutta l’altra serqua di balzelli, non resta al proprietario quel tanto di sfamarsi. Questa la cruda verità. Riassumendo adunque, si viene in un altro ordine d’idee, cioè, che non il proprietario di terre, ma lo stato che si incardina nelle aziende comunali e provinciali, lo Stato solo è causa della fuga dei lavoratori e della miseria dei proprietari. Quindi? Bisogna distruggere forse? No! Bisogna frenare’. Agli esperti di questioni agrarie, che auspicavano l’utilizzo delle sempre più diffuse macchine agricole, si rispose che ‘da noi, a dichiarazione stessa dei nostri contadini, l’unico utensile possibile per rimuovere il terreno, è la zappa, utensile che ha bisogno di due braccia più o meno muscolose, quelle che oramai vanno scemando, sempre causa l’emigrazione’. Insomma, fatte alcune lodevoli eccezioni, i possidenti meridionali non intendevano sostenere qualsiasi forma di investimento produttivo. I socialisti: ‘gli emigranti tornano inciviliti’ Tra le poche voci irpine favorevoli all’emigrazione emergeva allora, e non solo a livello provinciale, quella del caustico Giovanni Preziosi, allora giovane sacerdote filomodernista, che studiò il fenomeno sul campo: ‘In Italia dove la popolazione cresce ogni anno; la densità della popolazione vi è massima; il suolo nella media non è molto ricco né sufficiente; la ricchezza media vi è esigua e la capitalizzazione annua bassissima; in Italia, dove la distribuzione della popolazione nel territorio, specie nel Mezzogiorno, vi è cattiva per l’alto agglomeramento; dove la malaria, l’incultura, la mancanza di viabilità e di capitali rende meno coltivabile il territorio e sempre più improduttivo; in Italia, dico, l’emigra – zione vi agisce benefica, perché procura alla popolazione eccedente quel territorio che le mancherebbe in patria e permette che l’econo – mia nazionale usufruisse dei suoi vantaggi’ . Favorevoli al fenomeno erano anche i socialisti. Non a caso, nel dicembre 1907, il periodico arianese ‘La lotta’ pubblicò l’opinione del lucano Raffaello Pignatari, ripresa da ‘L’Avan – ti’. L’articolo, prendendo spunto dalla difficile congiuntura politico-economica degli Usa, che stava costringendo al ritorno numerosi emigrati, collocò anch’esso sul banco degli accusati il ceto dei ‘galantuomini’, che dovevano prendere atto di una mutata realtà sociale: ‘L’impreveduto ed insperato ritorno di migliaia di emigranti ridarà forse il germoglio alle nostre terre abbandonate, riattiverà la vita nei nostri paesi: la borghesia meridionale deve profittare di questo eccezionale momento. Tempo addietro, quando immense estensioni di terreno rimanevano vergini di zappa e nelle visceri della terra non scendeva il seme a fecondarle, e la fuga triste, continua, silenziosa, vuotava i tuguri e rendeva deserti i campi, la nostra borghesia disperatamente invocò aiuto. Si parlò di far venire dalle Marche, dalle Romane, dall’Emilia i nuovi coloni ed essi, i nostri proprietarii, dissero di volere espiare le colpe del passato, di essere pronti a bonificare i loro terreni, a costruire le case dove prima erano i luridi pagliai, a fornire di scorte i contadini. Ma i lavoratori di Romagna non vennero, e i campi rimasero sterili, mentre la piccola borghesia vide avanzarsi inesorabile il fallimento. Oggi essa può nuovamente sperare, perché i contadini ritornano. Ma non tornano bruti come partirono, tornano uomini, inciviliti dal soffio della civiltà d’oltre oceano, dopo avere dimostrato, al confronto della concorrenza di tutte le nazioni, di essere i lavoratori più buoni, più onesti, più resistenti alle fatiche più dure. Ebbene, se la nostra borghesia vuole tentare la rigenerazione delle nostre terre deserte, il ripopolamento dei paesi abbandonati, il risveglio delle energie lungamente sopite, sappia oggi fare il proprio dovere: farà così anche i propri interessi. Conceda ai nostri contadini, se non tutti, parte almeno di quei vantaggi ch’era disposta ad accordare ai lavoratori delle altre regioni. Introduca nella cultura dei campi quei sistemi moderni che i nostri contadini hanno visto attuare e trionfare altrove. E invece di essere l’eterna assenteista, si dedichi alla terra con amore e volontà e consideri chi lavora non come una classe da sfruttare, ma come un alleato per la resurrezione delle nostre terre. Così soltanto noi potremo guardare nell’avvenire con fede e con speranza, auspicando ad un giorno non lontano, in cui il sole non sorgerà più sul nero orizzonte per illuminare una terra di morti, ma dall’alto del cielo azzurro inonderà di bagliori il trionfo della natura, rinnovellatesi nella festa dei campi. Che se la nostra borghesia rimarrà pigra, inerte, avara, giorni assai tristi saranno riservati alla nostra regione infelice. Ieri i lavoratori malmenati e derisi facevano la loro rivoluzione silenziosa e calma, fuggendo lontano, dove sorrideva alla loro mente il miraggio di una esistenza migliore. Domani, quando non avremo dinanzi nessuna speranza e la conoscenza di altri paesi li avrà evoluti, tramutandoli da bruti in uomini, essi non sopporteranno più uno stato di cose incivile ed inumano ed allora, non potendo protestare come pel passato, fuggendo daranno altro sfogo alla loro disperazione ed avremo le ribellioni tumultuarie, le convulsioni spasmodiche. Un illustre economista disse un giorno che l’emigrazione rappresenta la valvola di sicurezza delle regioni misere. La valvola di sicurezza della regione nostra sta per essere chiusa ermeticamente. Cittadini e governanti ci pensino ora che sono in tempo: in seguito ogni sforzo sarebbe vano per impedire l’esplosione violenta’.