Quella “malanotte” di lacrime

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I terremoti, come un dramma costante, hanno fatto e faranno ancora parte della nostra storia e la “malanotte” del 23 novembre del 1980 è uno spartiacque importante non solo per l’Irpinia ma per una grande parte del Mezzogiorno. Sono trascorsi 42 anni e tante cose sono cambiate, non si possono dimenticare, però, quei numeri spaventosi provocati da una scossa 6.9 della scala Richter: 2.735 morti, circa 9.000 feriti e oltre 394.000 senzatetto, oltre 77.340 case distrutte, 275.260 gravemente danneggiate. Una terra come la nostra martoriata tre volte nel corso del Novecento, tre eventi simili 1930, 1962, 1980. Gli inviati di giornali e TV scoprono l’Irpinia, nota allora per l’ascesa politica di Ciriaco De Mita e per la squadra di calcio in serie A. La scoperta dei paesi-presepi, un’espressione che non piace a Leonardo Sciascia che la considera retorica e mistificante. Quei piccoli comuni abbarbicati sulle montagne dove la serenità, la semplicità, la sicurezza dei rapporti umani, la genuinità delle cose oltre che degli uomini viene spazzata via in un attimo. Ritardi nei soccorsi, crolli incredibili come quello dell’ospedale Criscuoli di Sant’Angelo dei Lombardi dove persero la vita ammalati, bambini appena nati, ospiti e dipendenti. E poi le case diventate delle tombe. La denuncia arriva subito e dal più illustre degli italiani, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini che quando arriva nelle zone del terremoto viene accolto dagli insulti dei sopravvissuti che ancora stanno scavando con le mani sanguinanti. Irpini e lucani, giustamente, non considerano il terremoto uno spettacolo ma una tragedia immane e il capo dello Stato attonito di fronte al dramma si carica tutte le manchevolezze. Ritornato a Roma, dal Quirinale decide di parlare in TV e scandisce: “italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate… a distanza di 48 ore non erano ancora giunti in quei paesi i soccorsi necessari. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi..i superstiti vagavano fra queste rovine, impotenti a recare aiuto a coloro che sotto le rovine ancora vi erano. Nel 1970 in Parlamento furono votate leggi riguardanti le calamità naturali. Vengo a sapere adesso che non sono stati attuati i regolamenti di esecuzione di queste leggi”. Pertini è furibondo e scandisce: “non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice”. Non andrà così. Le dure parole del presidente della Repubblica causano l’immediata rimozione del prefetto di Avellino Attilio Lobefalo, e le dimissioni (in seguito respinte) del Ministro dell’interno Virginio Rognoni. Il discorso di Pertini ha come ulteriore effetto quello di mobilizzare un gran numero di volontari che sono di grande aiuto in quelle tragiche giornate. Scriverà a caldo il direttore di Repubblica Eugenio Scalfari: adesso è il momento della solidarietà nazionale, ma passerà presto. Aveva ragione. Svanita l’emozione e la commozione per i morti e per i lutti, a distanza di anni restano ancora in primo piano le polemiche sulla ricostruzione e sull’eterno antimeridionalismo. E conta poco menzionare, per dovere di cronaca e di verità, che a beneficiare della ricostruzione sono state soprattutto aziende e imprese del Nord. E’ più importante ricordare le tante lacrime e le tante cicatrici di chi quel dramma lo ha vissuto e non intende dimenticarlo. “La morte non ci volle subito. Ci venne a prendere chi sotto una porta, chi sotto uno stipite, chi sotto una scala… Si spezzò la spina dorsale alla terra, e la terra sgranò, precipitò a falde, assieme alla pioggia. Niente rimase più al posto suo. Era una fine del mondo, e un mondo finì”. Così Vinicio Capossela narra ne Il paese dei coppoloni l’apocalisse del 23 novembre 1980. Quel mondo era la nostra Irpinia.

di Andrea Covotta