Quell’appello alla responsabilità

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Con riferimento all’attentato di venerdì scorso al portone del Palazzo Vescovile di Avellino mons. Arturo Aiello, con una lunga, puntuale e vibrante lettera ha rivolto alla comunità diocesana ed irpina un messaggio che scuote le nostre coscienze di cittadini civili e cristiani e ci costringe ad una lettura meno frettolosa del microcosmo degli “invisibili”. Quest’ultimo termine è stato spiegato puntualmente dal nostro Vescovo – invisibili perché non considerati – io direi invisibili perché diventati solo ombre al nostro frettoloso, spesso indignato, sguardo di viandanti attento solo alla segnaletica quotidiana del nostro egoismo, gelosi e malaccorti custodi del perimetro angusto dei nostri interessi, delle nostre consolidate abitudini, della nostra comoda sordità rispetto “all’urlo” dei disperati. Quello di Nelson Lamberti è un gesto folle di un disperato che aveva percepito più volte il senso della solidarietà e aveva maturato il falso convincimento che il dovere del prossimo era diventato un suo diritto. Quando così non è stato, in mancanza di un approdo possibile, ha fatto ricorso alla violenza, al rumore della sconnessione delle strutture da lui ritenute responsabili delle sue estreme precarietà. Probabilmente quello dell’episcopio era l’unico portone significativo che conosceva ed è stato facile individuarlo come bersaglio della sua rabbia. Nel suo immaginario esistenziale Nelson Lamberti aveva sperimentato che altri “portoni” importanti – quello del Comune o di altri soggetti istituzionali territoriali – sarebbero restati comunque chiusi anche a seguito di un suo deflagrante tentativo di aprirli. Allora le molle della sua rabbia hanno scambiato la sperimentata, ma non infinita solidarietà, in diritto acquisito da difendere ad ogni costo. Possono essere tante le considerazioni collegate alla vicenda clamorosa di cui stiamo parlando, ma – dopo che tutti gli apparati investigativi e giudiziari faranno la loro dovuta parte – permane la incapacità di tutti gli altri segmenti del nostro poligono civile e sociale per rispondere concretamente e in maniera risolutiva all’urlo di tanti altri “invisibili” che ombre non sono più solo quando il tuono della loro violenza scuote il clima sereno della nostra disattenta quotidianità. Il monito del nostro Vescovo coinvolge tutti, semplici cittadini, realtà associative, cristiani e non, parrocchie e strutture sociali del territorio. È necessario un coordinamento costante e intelligente degli sforzi, senza essere tentati dal convincimento che ognuno, facendo la propria parte, ha soddisfatto pienamente alla voce della propria coscienza: la solidarietà non ha limiti, non ha spazi definiti, non ha tempi da rispettare, ha solo una costante direttrice di marcia che non consente soste o tentennamenti. Non illudiamoci che dopo la tempesta verrà la quiete: per noi cristiani la quiete può rivelarsi come la morte dell’anima e certamente l’esempio luminoso e sempre attuale di Cristo ce l’ha dimostrato.

di Gerardo Salvatore