Quirinale: i rischi di un sistema debole

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Interrogato dai giornalisti nel corso del recente riunione del G20 su una sua eventuale candidatura alla leadership di un processo di transizione verso un modello di sviluppo globale più rispettoso dell’ambiente, Mario Draghi ha risposto ironicamente: ”Per carità, io non mi candido ad essere leader di nulla”; ma se nelle intenzioni del presidente del Consiglio la battuta era intesa a tagliar corto una volta per tutte sulle ipotesi che sempre più si accavallano sul suo futuro politico, l’obiettivo è stato clamorosamente mancato, visto che sull’onda del successo del vertice a guida italiana, ingigantito oltre misura da un eccesso di retorica che ha invaso giornali e canali televisivi, le speculazioni sul destino dell’italiano oggi più apprezzato nel mondo hanno ripreso a rincorrersi con esiti a volte esilaranti a volte francamente preoccupanti. Si è distinto il numero due della Lega Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, che ha ipotizzato l’ascesa al Quirinale di Draghi con poteri straordinari, una sorta di semipresidenzialismo de facto che gli consentirebbe di guidare dal Colle il Governo approfittando della debolezza della politica; il tutto senza modificare la Costituzione, che non prevede nulla di simile. Se con questa uscita estemporanea Giorgetti pensava di fare un favore al suo amico, ha ottenuto l’effetto contrario, insinuando il sospetto che Mario Draghi coltivi mire golliste. Naturalmente non se ne farà nulla: la proposta, peraltro irrealizzabile, di Giorgetti è stata seppellita da un coro di critiche. Però su un punto non si può dar torto al ministro leghista: la fragilità della politica è sotto gli occhi di tutti, e la palese difficoltà in cui si dibattono i leder dei principali partiti di maggioranza fa temere per la tenuta del sistema quando fra poche settimane il Parlamento affronterà il più rischioso tornante della legislatura: l’elezione del successore di Sergio Mattarella. Il timore di avere a che fare con partiti dalla guida incerta e quindi con gruppi parlamentari allo sbando al momento del voto per il cui buon esito è necessaria un’ampia convergenza (due terzi dell’assemblea nelle prime tre votazioni, la maggioranza assoluta nelle successive) è pienamente giustificato, con tutte le possibili conseguenze nel caso di un susseguirsi di scrutini senza costrutto. I segnali allarmanti non sono mancati, prima e dopo l’appuntamento del G20. Si veda, per cominciare, il caso dei 5 Stelle che, nonostante le numerose defezioni restano ancora il più nutrito gruppo parlamentare nelle due Camere: la tormentata elezione del presidente dei senatori, con la sconfitta del capo politico Giuseppe Conte che non è riuscito a far passare il candidato di sua fiducia, ha portato allo scoperto la sorda lotta ancora in corso fra l’ex presidente del Consiglio che non riesce a imporsi e Luigi Di Maio che lo insidia da vicino; ma anche nella Lega, secondo gruppo della maggioranza  per consistenza numerica, la competizione fra Salvini e Giorgetti, che coinvolge la collocazione europea del partito, ha visto per il momento la vittoria del segretario sul suo vice, costretto ad una umiliante autocritica nella riunione del Consiglio federale di giovedì, ma la guerra non è affatto terminata, come dimostrano le dichiarazioni di Maroni e di alcuni presidenti di regione, tutte a favore del ministro che vorrebbe avvicinare la Lega al Partito popolare europeo. Quanto al Partito democratico, si fanno ancora sentire le conseguenze della sconfitta sulla legge Zan contro i reati di omotransfobia: gli effetti si sono visti in una burrascosa riunione del gruppo senatoriale. Per non parlare di Forza Italia dove, a quanto pare, lo stesso Berlusconi teme trabocchetti anche per quanto riguarda l’unanimità della sua candidatura quirinalizia. Insomma, i sintomi di scollamento nella maggioranza non mancano, e le votazioni segrete che si susseguiranno da metà gennaio potrebbero far esplodere i dissensi, con esiti imprevedibili.

di Guido Bossa