Ripartire da un nuovo umanesimo

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Siamo, ormai, nel vivo del periodo liturgico della Settimana Santa, dopo il significativo momento della Domenica delle Palme. Confesso che, mai come quest’anno, avverto l’urgenza di non essere banali o disorientati, specialmente nel formulare gli auguri pasquali tradizionali agli amici e ai propri familiari. Per me che amo ancora preferire carta e penna nell’inviare tali auguri, questa volta, ho avvertito l’esigenza di non usare la classica “Buona Pasqua”, ma ho preferito unire gli auguri all’auspicio di invocare la “luce del Cristo Risorto per illuminare il buio attuale”. Il buio in cui siamo immersi è sotto gli occhi di tutti e nemmeno il rischio di rimanere indifferenti nel vedere le terribili immagini di una guerra atroce riesce a non farci avvertire totalmente il buio che ci attanaglia. Eppure siamo in attesa della Pasqua, momento di luce e di vittoria sul buio della morte. Perché, allora, ci sentiamo impotenti, incapaci di avvertire uno sprazzo di luce nell’orizzonte vicino e lontano del tempo attuale? Perché non riusciamo a non avvertire, come non mai, l’insicurezza del nostro perimetro esistenziale, quello dei nostri figli e dei nostri nipoti? Evidentemente, almeno per noi occidentali, vivere i tempi dell’incertezza significa entrare nella logica della provvisorietà, nelle nostre famiglie, nei nostri ambiti professionali e sociali, nelle nostre comunità, finanche nelle nostre Chiese locali. All’interno di questo ultimo ambito, proprio qualche giorno fa, un sacerdote amico mi confidava che ogni immaginazione su un “modello pastorale” relativamente continuativo, ancorché aggiornabile, appartiene ad un mondo che non esiste più. Alla mia sommessa domanda sul cosa fare l’illuminato amico mi rispose che “questo è il tempo in cui bisogna coniugare una grande fermezza profetica con una costante e semplice duttilità sapienzale” sulle orme del nuovo umanesimo di Papa Francesco. Mi resi subito conto che si trattava di un impegno nuovo ed urgente per essere veramente Chiesa in uscita, “Ospedale da campo”. Durante i miei silenzi serali ho sedimentato il bisogno interiore di considerare l’incertezza come dono e la provvisorietà come virtù. Solo sul binario di queste due consapevolezze è possibile pensare al nostro essere sempre in cammino, senza smarrire la luce della fede, l’unica ad illuminare il buio in cui siamo immersi. Significa, dunque, rimanere sempre al lavoro, senza cedere alle depressive sirene del senso di impotenza per una spinta nuova alla creatività. Significa, anche, che è necessario un nuovo umanesimo per superare le tentazioni di un potere tecnoscientifico senza limiti – spesso finalizzato al male – per scongiurare al paradigma del transumanesimo, volto a superare quello umanistico della figurazione dell’umano, quello, cioè, che ha sostenuto per secoli la nostra civiltà occidentale. Credo che questo sia il nuovo orizzonte geopolitico ed antropologico che la guerra ancora in atto configurerà non solo all’interno del vecchio continente. Allora abbiamo veramente bisogno di luce, non solo quella collegata alla colossale questione energetica.

di Gerardo Salvatore