Ripartire dalla lezione di Scola

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Trevico a Torino, viaggio nel Fiat-Nam è uno dei film meno trasmessi di Ettore Scola, il grande regista scomparso nel 2016 e che il prossimo 10 maggio avrebbe compiuto novant’anni.  Nel rendere omaggio a Scola, nato appunto a Trevico, è di particolare attualità partire da questa sorta di documentario del 1973 che ripercorre la vita all’interno delle fabbriche dopo il ’68 e descrive la complicata condizione degli emigrati del Mezzogiorno in una grande città del Nord. E’ la storia di un giovane operaio, Fortunato Santospirito, che deve fronteggiare la dura realtà quotidiana e misurarsi con i problemi legati al lavoro in fabbrica e al razzismo nei confronti dei meridionali. Da quel film e da quella condizione sono passati cinquant’anni e oggi quel tipo di vita è riservata agli extracomunitari che spesso si sentono non accettati e discriminati. Non solo la lotta operaia e le difficoltà dell’integrazione, attraverso le vicende del giovane emigrato irpino, Scola ci fa vedere un Paese travolto dal boom economico, da cambiamenti repentini e da una crescita vertiginosa e non regolamentata. Temi non affrontati allora e che sono attualissimi oggi, in una società che appare diseguale dove si è fermato l’ascensore sociale vero motore del dopoguerra, il lavoro è sempre più precario e la politica non riesce da anni a trovare le ricette giuste per ridisegnare il nostro welfare. Scola con i suoi film si è sempre occupato dei cambiamenti che l’Italia ha dovuto attraversare e lo ha fatto con gli occhi dei protagonisti delle sue storie. Il valore dell’amicizia e la disillusione in C’eravamo tanti amati, lo scorrere del tempo nella casa de La famiglia, il cinismo di Brutti, sporchi e cattivi, premiato a Cannes per la migliore regia nel 1976 e che raccontando le miserie di una baraccopoli romana fece dire ad Alberto Moravia che “in questo notevole film, l’insistenza sui particolari fisici laidi e ripugnanti potrebbe addirittura far parlare di un nuovo estetismo in accordo coi tempi, che viene ad aggiungersi ai tanti già defunti: quello del brutto, dello sporco e del cattivo. Comunque siamo in un clima piuttosto di contemplazione apatica che di intervento drammatico”. Sentimenti e storie che si ritrovano in tutti i racconti cinematografici di Scola che, da fine intellettuale, da un lato percepisce in anticipo i sussulti sociali e dall’altro rilegge gli avvenimenti della grande storia. Lo fa, ad esempio, in Una giornata particolare quando descrive la Roma fascista del 1938 durante la visita di Hitler nella capitale. I protagonisti sono un annunciatore omosessuale della radio, Marcello Mastroianni, e una donna del popolo, Sofia Loren, distrutta dalle gravidanze e dalle fatiche e moglie di un fanatico fascista.  Due figure periferiche rispetto alla solennità dell’evento che uniscono per poche ore le loro solitudini. Nel ricordarlo Walter Veltroni, che lo ha conosciuto bene, ha messo in evidenza la passione e il senso dell’umorismo di Scola ma anche la sua capacità di osservare i cambiamenti e per questo ha scritto che “si è come nella famosa frase di C’eravamo tanto amati: volevamo cambiare il mondo e il mondo ha cambiato noi. Ma quelle parole possono essere lette come una sorta di ambigramma. Certo le cose ci hanno levigato e mutato, forse anche addomesticato. Ma è anche vero che non abbiamo fatto in tempo, non si può fare in tempo, a cambiare una volta per sempre il mondo perché esso stesso è capace di mutare costantemente. E ci chiede costantemente di non dismettere il nostro desiderio di altro, di sempre altro”. Ricordare Scola è dunque importante per capire le contraddizioni che si sono sviluppate all’interno della nostra società e decrittarle per il futuro.

di Andrea Covotta