Ripensare la politica per rispondere alle esigenze dei cittadini. Intervista a Nicholas Ferrante

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Di Matteo Galasso

Ferrante, ci spieghi in che modo è necessario riformulare il sistema partitico e governativo del nostro Paese per rispondere meglio alle esigenze degli Italiani nel dopo pandemia.

L’unico modo per uscire dalla crisi pandemica è riformare il sistema partitico e il funzionamento della democrazia: siamo entrati in questa nuova era con i partiti quasi del tutto privi di considerazione e credibilità popolare e il collasso dei corpi di intermediazione tra i cittadini istituzioni. Dunque, la strada della disintermediazione a tutti i livelli non ha condotto a buoni risultati: per rifondare il concetto di comunità è necessario rivalutare il sistema partitico, riformandolo e tenendo conto anche della Costituzione e del metodo di partecipazione democratica dei cittadini, che possono concretizzarsi con l’approvazione da parte del Parlamento di una serie di riforme tra cui la disciplina organica dei partiti politici e del finanziamento pubblico. Si deve reintrodurre il finanziamento pubblico, andandolo a coniugare con il metodo democratico.

 

Crede che i risultati positivi che si sono riscontrati nelle raccolte firme per le nuove iniziative referendarie (eutanasia legale, depenalizzazione della cannabis, riforma giustizia) lascino intendere una volontà popolare di cambiare ciò che la classe dirigente non riesce a fare?

L’esigenza di rifondare il sistema partitico secondo il metodo democratico serve a dare vita alla partecipazione. Nel momento in cui abbiamo riscoperto che con la partecipazione popolare attraverso la firma digitale (spid democracy) è possibile provare a cambiare le cose, possiamo considerare una rivalutazione dello strumento referendario. Se questo fenomeno si basa in modo particolare sulla partecipazione, questo è proprio perché da un lato i corpi intermedi sono saltati e la partecipazione ha dovuto incanalarsi. Questa può essere definita altresì una crisi dovuta al fatto che il Parlamento sia stato fortemente delegittimato con una serie di riforme e leggi elettorali oltre che il taglio dei parlamentari, del quale presto riscontreremo i primi danni. In un contesto in cui il tempio della democrazia è il malato, con quel referendum abbiamo colpito non l’influenza, bensì il termometro: questo ha delineato la voglia– soprattutto da parte dei più giovani – di esprimersi con mezzi alternativi su questioni che, alla fine, sono trasversali e apartitiche. A chi critica questa forma di espressione ricordo che la democrazia rappresentativa non si difende rispondendo a queste domande di partecipazione in modo negativo, alzando i quorum per una proposta di referendum o modificando l’Articolo 745 della Costituzione. Questa pressione non va allontanata o ignorata, ma piuttosto sfruttata per comprendere e analizzare le varie questioni sulle quali si preme, partendo da questa linfa di partecipazione arrivando aduna diagnosi del problema. La partecipazione popolare con referendum e spid democracy resta valida la proposta fatta dal costituzionalista Clementi: modificare la legge ordinaria di disciplina del referendum abrogativo per agevolare questo fenomeno di partecipazione.

 

Lei collabora con il dipartimento salute del Partito Democratico, di cui è responsabile l’On. Sandra Zampa. In che modo il partito si prospetta di uscire dalla crisi pandemica ed economica e di riuscire a fronteggiare le nuove sfide che attendono nell’immediato futuro il nostro Paese?

Dalla pandemia deve uscire un partito di sinistra che resti in modo radicale sui temi, investendo nei diritti sociali: lavoro, istruzione e diritto alla salute, tutelato dall’articolo 32. Il diritto alla salute è una materia complessa, perché rappresenta qualcosa di individuale ma allo stesso tempo collettivo, perché si può rischiare con azioni erronee di compromettere la salute altrui, anche questo va evitato. Sul diritto alla salute, ricordo di quando Benedetto Croce scrisse all’inizio del ‘900, la riforma sanitaria di fine ‘800. Un partito di sinistra deve investire fortemente sul diritto alla salute, riprendere ciò che è stato decretato con la riforma del ‘78, superando tutte le riforme di tagli fatte dagli anni ‘80 in poi, che hanno disintegrato il sistema sanitario, portandoci alla situazione attuale. Un partito progressista che ha vocazione europeista deve far sì che il tema della sanità pubblica sia un tema nazionale ma anche europeo: si è necessario che, attorno a questo tema si sviluppi un oggetto di collaborazione transfrontaliera, cooperando tra stati e costituendo una visione condivisa dei sistemi sanitari come ci ha insegnato la pandemia.

 

Il cittadino sente la necessità di istituzioni locali, che sono quelle con cui si ritrova a contatto più diretto siano ancora più vicine e pronte a rispondere alle sue esigenze. In che modo il PD può tornare ad affermare la sua presenza tra le persone comuni, oltre che tra le categorie più deboli e i giovani costretti sempre di più ad andare via se vogliono realizzarsi?

Negli ultimi anni il Pd si è allontanato di fatto dal metodo democratico a scapito della democrazia interna. Si devono smettere di respingere i cittadini, facilitando sull’accesso di chi vuole impegnarsi e contare su dei temi, partecipare, fare numero, cosa che sta alla base della democrazia. Senza questa caratteristica il partito non è più strumento di crescita, ma diventa un comitato elettorale schiacciato sulle istituzioni. Per far sì che il partito sia vicino alle categorie in difficoltà deve ispirarsi di più ad un metodo di partecipazione democratica. Non è un caso che anche Letta nel discorso di apertura in assemblea nazionale a marzo abbia sottolineato l’importanza del principio del metodo democratico.

 

Crede che le recenti amministrative abbiano cambiato il piano politico e governativo nazionale e come?

Queste amministrative sono andate bene e sono state un banco di prova per il centro-sinistra e l’alleanza PD-5S. Si tratta di due partiti che sono andati al voto per la prima volta dopo aver cambiato i propri vertici. Con questi due leader che stanno cercando di strutturare una piattaforma comune in virtù delle parlamentari, le amministrative hanno solo dimostrato che, laddove si corra uniti, vi siano più possibilità di vincere, al contrario di dove si corra divisi. È chiaro che il voto locale è diverso da quello nazionale, ma se queste due forze vogliono vincere devono restare compatte, dialogando sempre di più: vediamo già da adesso che Conte sta strutturando una forza che può essere competitiva contro la destra, che esce sconfitta da queste elezioni, nel 2023.

 

Come crede siano andate, nel complesso, queste elezioni comunali che hanno chiamato al voto 12 milioni di italiani?

Il primo dato che colpisce delle amministrative è quello dell’astensione. Questo dovrebbe essere un campanello d’allarme per quanto riguarda la partecipazione e la salute della democrazia. Il vincitore delle amministrative è, di fatto, il Partito Democratico e questo deve essere uno sprone per il segretario Letta a continuare a innovare il Partito con Anima e Cacciavite: abbiamo ancora molto da migliorare. Il partito vince a nord e a sud, ma non si può negare che i risultati abbiano due velocità differenti: al nord si toccano picchi del 30%, nel mezzogiorno non si supera il 15%. Questo dovrebbe farci aprire gli occhi sul rinnovamento di cui hanno bisogno il Sud e i Meridionali, spronandoci ad avviare la costituzione di un cambiamento radicale che renda il partito appetibile agli occhi dell’elettorato e più attrattivo nell’ottica di una coalizione con i 5 stelle, della quale rappresenti il perno. Altro dato che colpisce è che al nord e nelle grandi città si votino di più i partiti, mentre al sud si preferiscano le civiche.