Riscoprire il territorio al tempo del Coronavirus

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Io non ritengo che siamo del tutto fuori pericolo, anche se tutto intorno mi sembra di vedere un mondo che pensa sia così. Sicuramente oggi i medici sono riusciti a progredire con la cura e, grazie alla diffusione dei vaccini, a ridurre parzialmente contagi e decessi, ma non possiamo chiudere gli occhi ed evitare di leggere i dati che informano che l’età di chi perde la vita e dei contagiati si è abbassata: sarebbe importante non abbassare la guardia. Ma i vaccini, la validità delle norme di prevenzione, possono permetterci con prudenza di riconquistare almeno la libertà di girovagare nel nostro territorio, nella nostra regione. Siamo fortunati a vivere in una regione che offre molti siti archeologici, perlopiù in luoghi all’ aperto e ho deciso, in questo periodo di bella stagione, di raccontarveli, per invitarvi a riscoprire soprattutto la nostra storia. Visitare i nostri siti archeologici è un viaggio fantastico ed è d’uopo ringraziare Alberto Angela per la sua attenzione ad essi, ma credo sia necessaria una capillare diffusione e suscitare interesse nei giovani. Per fare questo, la prima operazione spetta alla scuola campana che deve dare, a mio parere, uno spazio congruo alla nostra storia, diversificandola, ovviamente, nei vari ordini di scuola. In questo mio avvicinarmi alla storia e alla civiltà di questi luoghi ho avuto un mentore straordinario nel dottore Antonio Sciarra che mi ha trasmesso l’importanza di essi e mi ha spinto ad approfondire e a compiere un viaggio fantastico tra i resti di questi siti archeologici. La Campania e tutto il Sud deve rendersi conto che le sue bellezze paesaggistiche e la sua storia sono le uniche certezze da cui ripartire e questo può iniziare solo nella scuola che è il luogo deputato alla cultura a trecentosessanta gradi. Se non si studia la storia, passeggiare in questi luoghi non ha senso e non può suscitare nessuna emozione. Bisogna quindi prima rimuovere questo dalla visione dei più ed iniziare a conoscere il nostro territorio, percorso che sto intraprendendo in modo personale. Purtroppo oggi fare le cose in gruppo non è possibile ma si può dare appuntamento in modo separato e visitare in pochi uno dei numerosi siti della nostra regione, promuovendone poi l’importanza. Noi e solo noi abitanti di questo territorio dobbiamo amarlo e andare oltre le tante criticità che ci sono, solo noi possiamo e direi dobbiamo promuovere la storia e prendere da essa lo spunto per risalire da questa profonda crisi. Dobbiamo prendere coscienza che possiamo fare la differenza e in questo momento non possiamo delegare a nessuno il compito: abbiamo un patrimonio immenso e non ce ne rendiamo conto appieno, per me unica strada per risalire. Se ne conosci la storia, camminare in questi siti diventa una grande emozione e le emozioni si possono trasmettere e rendere animati di straordinari personaggi quelle strade e quelle case che sono alla nostra portata in modo direi “magico” avendo superato terremoti ed eruzioni. Ho deciso di parlarvi di Ercolano, di una città che affaccia su un panorama mozzafiato costituita da ville patrizie, una città culturale di cui i Romani erano innamorati. Questa città è stata distrutta dalla stessa eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, ma con una modalità diversa che ha poi determinato, in modo sostanziale, il riportarla alla luce, ma di questo vi parlerò più avanti. Non sono animata da nostalgie monarchiche né da altro, solo dalla semplice realtà e, questa, mi porta a dover ringraziare i Borbone (non mi interessa il motivo o quella parte di persone chiuse che non vogliono vedere la realtà dei fatti, la scoperta dei siti archeologici si deve a loro, negare questo vuol dire nascondere la verità. Io, però, non me ne interesso, io dico GRAZIE). Per poter godere al meglio della visita è necessario riportare alcune notizie sia storiche che degli scavi. La città fu fondata dagli Etruschi e nel V sec. a.C. fu conquistata dai Sanniti. Poi, nel 90 a.C. fu espugnata dai Romani e ridotta a “municipium” da Silla. Nell’ultima età della Repubblica, Ercolano visse un periodo di grande splendore perché molti patrizi, attratti dalla felice posizione geografica, dalla salubrità dell’aria e dalla sicurezza dei porti, costruirono le loro ville in questi luoghi. Nello stesso periodo furono restaurate le mura, furono costruiti l’acquedotto, due impianti termali, il teatro, la “Basilica”, la Palestra e molti templi. A causa del terremoto del 62 a.C. Ercolano subì notevoli danni e si iniziò l’opera di ricostruzione, che fu nuovamente interrotta dall’eruzione del Vesuvio del 79, durante la quale una nube tossica annientò gli abitanti. La città ercolanense fu distrutta dalla tremenda eruzione molto più della vicina Pompei perché distante appena 4 km. dal Vesuvio. Con l’eruzione scomparvero il promontorio su cui sorgeva la città, il fiume che l’attraversa ed i suoi porti. La riscoperta di Ercolano fu del tutto casuale. Nel 1709, infatti, il principe D’Elboeuf, giunto qui per sfuggire agli Austriaci, diede ordine di scavare un pozzo; durante lo scavo vennero alla luce molti marmi e svariate statue che ornavano la scena del Teatro dell’antica Ercolano. Nel 1738 i lavori di scavo ripresero sotto Carlo III di Borbone e la direzione degli stessi fu affidata all’ingegnere militare spagnolo De Alcubierre. Furono scavati dei cunicoli sotterranei che, in un secondo momento, venivano riempiti per non compromettere la solidità della struttura urbana della città. De Alcubierre ritrovò molte altre statue di bronzo tra cui la più significativa è la statua equestre di Marco Nonio Balbo. Con Karl Weber fu completata l’esplorazione del Teatro e fu scoperta la villa suburbana dei Papiri, con l’annessa biblioteca. Nel 1755, in seguito a questi molteplici ritrovamenti, nacque l’Accademia Ercolanense che fu molto attiva fino al 1792 in materia di pubblicazioni. Gli scavi furono interrotti e poi ripresi, prima sotto Francesco I di Borbone e poi per volere di Vittorio Emanuele II. Dovremo attendere l’anno 1927 per avere una ripresa davvero sistematica degli scavi. In quell’anno, Amedeo Maiuri prima e Alfonso De Franciscis poi, recuperarono quasi tutti i quartieri dell’antico abitato, con gli edifici pubblici, tra cui il Foro, centro della vita sociale, politica ed economica dell’antica Ercolano. Negli anni Ottanta del secolo scorso sono riemersi, oltre al Tempio di Venere e le Terme Suburbane, l’antico porto greco, ove invano si rifugiarono nel 79 d.C. gli ercolanensi. Sulla spiaggia adiacente al porto, sono stati ritrovate diverse centinaia di cadaveri. La cosa di fondamentale importanza è che, durante lo scavo dei cunicoli e la visione dei resti, sono stati fatti disegni che permettono almeno di sapere cosa c’è sotto l’abitato e permettono al visitatore di rendersi conto della magnificenza del luogo. Altresì è necessario precisare che la città, il giorno dell’eruzione, viene svegliata dal fragore dell’esplosione ma non è interessata immediatamente dal fenomeno. Il Vesuvio esplode producendo una nube di materiale piroclastico che sale molto in alto, mentre il vento, prevalente in quel momento, sposta la cenere e il lapillo su Pompei che viene sepolta e gli abitanti morti per asfissia; Ercolano, invece, è investita dalla nube ardente in un secondo momento, durante la notte. La nube, che era risalita nell’atmosfera, ha una temperatura che si aggira sui cinquecento gradi centigradi e nello scendere ricade su Ercolano i cui abitanti si trovano raggiunti da questa potenza di fuoco ardente e muoiono per shock termico e i resti ne riportano l’orrore. Il materiale, che era fuso, nel toccare terra, è come una colata di cemento armato che determina la difficoltà dello scavo di questa città rispetto alla vicina Pompei. Gli scavi ad Ercolano sono stati fatti con lo scalpello, mentre a Pompei un togliere di cenere e questo determina l’ampiezza diversa dei due siti. Ad Ercolano quindi si fanno vari pozzi per raggiungere i resti, la cosa importante è che chi scendeva disegnava tutto ciò che si offriva alla sua vista e quindi, anche quando a queste esplorazioni non sono seguiti veri scavi, ne abbiamo il disegno che ci aiuta a capirne la grandiosità e l’importanza culturale della città; uno degli aneddoti che mi ha colpito è quello della ricostruzione della villa dei Papiri, ricostruita in California e precisamente a Malibù, da Paul Getty. Nel 2000 sono ripresi, tra mille difficoltà gli scavi nei pressi della Villa dei Papiri, bisogna considerare che l’abitato attuale pone molti limiti alla prosecuzione degli scavi nell’area archeologica, rendendo difficile anche la fruizione di quest’ultima. Ercolano mi ha affascinata per la sua struttura, fatta di ville a picco sul mare, con vista su Capri e perché, passeggiando per i cardini e i decumani, ho immaginato come doveva essere stare lì tra filosofi, scrittori, artisti o qualsivoglia personalità culturale del tempo. Mi sono chiesta, mentre mi sembrava di sentirne i passi o lo svolazzare delle vesti sospinte dalla brezza marina, cosa avrà pensato Virgilio nell’affacciarsi da quelle terrazze e quanto abbia influenzato il suo scrivere aver dimorato ad Ercolano ed essere stato alla scuola epicurea? È stata una grande emozione, certo senza conoscerne la storia culturale, senza la capacità di immaginare, senza considerare che da nessun’altra parte del mondo possiamo avere uno scenario di vita quotidiana così ben conservato, palese ad un animo sensibile, non si può provare questa emozione. Quindi, è chiaro che dobbiamo imparare la storia del nostro territorio e imparare ad amarlo. Certo parlare di tutti quelli che hanno animato la vita di Ercolano è impresa storiografica che lascio agli addetti ai lavori, io ho pensato di accennare a Virgilio, che ebbe un rapporto molto particolare con la Campania, dove visse per molto tempo. Dopo il successo delle Bucoliche, Virgilio conobbe Mecenate e fu accolto nel suo circolo, che ospita molti intellettuali e letterati dell’epoca, frequentando la tenuta terriera che Mecenate possedeva nei pressi di Atella. Dopo il 42 a.C. Virgilio frequentò la scuola di Sirone e Filodemo a Ercolano per erudirsi sui precetti di Epicuro, dove conobbe molti personaggi di rilievo. Proprio dal filosofo Sirone, ereditò una villa, sulla costa di quel luogo tanto decantato che è Posillipo, a pochi metri dall’isola della Gaiola. Nei fondali antistanti i ruderi della villa, ad una profondità che varia tra i 3 ed i 10 metri, si possono scorgere i resti di altri ambienti, alloggiamenti di colonne (quasi tutte scomparse) nel banco tufaceo, ad ulteriore conferma dell’antica praticabilità di questi luoghi che oggi sono in fondo al mare e che, un tempo, ospitavano ameni giardini con terrazze da “mille e una notte”, dove vi soggiornarono imperatori, ammaliati dalla poesia di Virgilio. Le amicizie che legavano Virgilio a personalità di potere e di notevole importanza – tra cui spiccava l’Imperatore Augusto e il già citato Gaio Cilnio Mecenate – influirono non poco sull’apporto di benefici alla città di Napoli, residenza preferita del Poeta. Si attribuisce a Virgilio l’aver suggerito all’imperatore di far costruire un imponente acquedotto che portasse acqua alla città partenopea e ad altre città campane, come Nola, Avella, Pozzuoli e Baia, intercettando l’acqua dalle note sorgenti del Serino, nell’avellinese. Sempre in tema di acque, Virgilio fu fautore della costruzione di molti pozzi e fontane, nonché una rete fognaria e stabilimenti termali curativi dislocati nei territori di Baia e Pozzuoli. Da qui la necessità di collegare Partenope alla zona Flegrea con lo scavo del traforo della collina di Posillipo, denominato Crypta Neapolitana, in epoca medioevale conosciuta anche come la “Grotta di Virgilio”. Pensando a Virgilio, ritengo che anche visitare la sua tomba a Napoli sia una cosa da fare anche se non contiene più i suoi resti mortali.” Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces”. Questo è il testo latino dell’epitaffio posto sul cenotafio di Publio Virgilio Marone (la tradizione vuole che questa frase sia stata dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte), situato nell’area del Parco Vergiliano, nei pressi della chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, da non confondere con il Parco Virgiliano che si trova a Posillipo. Il Parco Vergiliano, come ho già detto, si trova alle spalle della chiesa di S. Maria di Piedigrotta, a poche decine di metri dall’imboccatura della galleria delle Quattro Giornate che porta a Fuorigrotta, e comprende una piccola parte delle pendici orientali della Collina di Posillipo. Il piccolo ma ameno parco accoglie alcuni tra i più rilevanti monumenti e simboli della storia della città di Napoli, tra cui il colombario di epoca romana dove vi erano conservate le ceneri del Poeta, la Crypta Neapolitana, il traforo che collegava l’area partenopea con i Campi Flegrei. All’interno del parco v’è una edicola, fatta erigere nel 1668 dal viceré Pietro d’Aragona, con iscrizioni a memoria dei posteri sulla presenza della tomba del Poeta, mentre poco distante, collocato in una nicchia scavata nella parete, si può ammirare un busto di Virgilio posto su di una colonnina, dono del 1931 degli studenti dell’Accademia dell’Ohio. Poco più avanti, in uno spiazzo v’è l’area riservata alla tomba di Giacomo Leopardi. Attraverso piccole scale si giunge al colombario, uno dei luoghi “di forza” della tradizione esoterica partenopea, ricco di un’aura misteriosa ed evocativa. Perché proprio Partenope per custodire le proprie spoglie? La risposta, secondo me, la possiamo trovare nelle sue opere. Virgilio scrisse, tra il 37 e il 30 a.C. Le Georgiche, ispirato dai paesaggi di Partenope e dei Campi Flegrei, e fu proprio grazie alla suggestiva influenza originata dalla terra flegrea che il Poeta identificò la porta degli Inferi nei pressi del Lago d’Averno, luogo immortalato nei secoli nel Canto VI dell’Eneide. Virgilio morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C. del calendario giuliano, al ritorno di un viaggio in Grecia e i resti mortali del Poeta furono poi trasportati a Napoli e posti nel colombario, eretto all’imboccatura della Crypta Neapolitana. Una cosa è evidente che in Campania siamo così intrisi di cultura che partendo da Ercolano non ho potuto non parlare di Virgilio e, ripercorrendo alcune tappe della vita del Poeta, inevitabilmente dobbiamo parlare della Magna Grecia e in particolare di Partenope, a partire dall’antica iscrizione che riassume i luoghi e le Opere del Poeta, si può tradurre letteralmente in: “Mi generò Mantova, la Calabria, la Puglia mi rapì: ora mi custodisce Partenope; canta i pascoli, le Bucoliche, i campi, le Georgiche, i condottieri, l’Eneide”. Virgilio morì nell’attuale Puglia meridionale, il Salento, all’epoca chiamata Calabria, e precisamente a Brundisium, Brindisi. Uno dei motivi principali dell’attribuzione a Virgilio di poteri magici è da ascrivere al fatto che il Poeta aderì al neopitagorismo, la corrente filosofico-magica molto diffusa nella Magna Grecia e in particolare a Neapolis, città del Meridione d’Italia, che nonostante la conquista romana, aveva conservato usi e costumi ellenici e che in parte ancora serba. Virgilio poeta ma anche mago, con la leggenda che lo avvolge; Virgilio mito, con profonde radici nella storia della città di Napoli e che tuttora aleggia su di essa. Riflessione di M.Gabriella Chirri: Il nostro territorio è uno scrigno di tesori di ogni genere. La storia la puoi toccare e, come tu, Elvira, giustamente dici, se la conosci puoi animare di personaggi illustri, in modo magico, tutti i luoghi che visiti. La grandezza di Ercolano sta, a mio avviso, proprio nel potersi immergere in un’epoca di forte connotazione culturale essendo sede di scuole filosofiche. Sono d’accordo quando dici che i Borbone hanno il merito di aver compreso che tutto ciò andava salvato e conservato. Ricordo che in una visita al MAN, nel “Gabinetto Segreto”, la guida, nel mostrarci la scultura del ‘satiro con capra’, sottolineò l’apertura mentale che ebbero i Borbone nel capire la grandezza del ritrovamento nonostante ciò che rappresentava. Cara Gabriella, solo questa statuetta merita un capitolo a parte, voglio solo aggiungere che è stata ritrovata nel primo scavo fatto ad Ercolano, nella Villa Papiri, nel 1752. Riflessione di Consiglia Carbone: Rimane l’affascinante domanda del perché Virgilio, come tanti altri, è rimasto folgorato dalla Campania, culla di cultura e civiltà. La risposta la possiamo trovare nel panorama così bello ed unico, come i suoi paesaggi che si presentavano ai loro occhi. Nel loro trovarsi immersi in una civiltà progredita sotto tutti i punti di vista. Noi che la amiamo non possiamo che rendere omaggio alla sua storia, ai personaggi illustri che hanno combattuto per lei, a quelli che l’hanno resa famosa con i loro versi e le loro melodie. In altre parole noi la dobbiamo amare.

Elvira Miranda- associazione “Per non fermare la mente”