Riscoprire il valore della memoria

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Durante questo iniziale periodo feriale ho particolarmente percepito il salutare ritorno al paese delle mie origini dove, all’ombra dei vecchi platani, ho avuto il piacere di incontrare persone in età venerabile, vicine ai cento anni. La loro sorprendente lucidità mentale nella ammirevole narrazione di episodi di vita contadina, mi hanno fatto rivivere vecchi ricordi e luoghi cari della mia infanzia. Durante il momento di riflessione serale, prima che i martellanti telegiornali diramano i consueti bollettini di guerra, mi ponevo alcune preoccupanti domande: la civiltà contadina e i suoi magnifici protagonisti, i contadini, è davvero scomparsa dalla narrativa italiana? Perché negli attuali approfondimenti programmatici della letteratura italiana scrittori come Verga e Capuana, Deledda e Serao, sono poco considerati? All’interno della nostra identità culturale irpina la ricostruzione post-sismica e senza anima, ha totalmente opacizzato i frammenti della nostra civiltà contadina, nonostante qualche lodevole e significativo sforzo di scrittori non per mestiere, come l’amico Nino Lanzetta con i suoi recenti racconti nel suo libro “Bastiano ed altre storie contadine”. Gli incontri tonificanti con i vecchi del mio paese natio mi hanno riportato alla scuola del grande Naturalismo, del Verismo ottocentesco, alle opere ammirevoli di Luigi Capuana e i romanzi di Giovanni Verga. La durezza della realtà contadina di allora, in Sicilia come in Irpinia e in tante zone interne del nostro Mezzogiorno, è stato l’humus fecondo del riscatto culturale – solo in parte civile ed economico –  delle nostre generazioni all’interno della più complessa e mai totalmente risolta “questione meridionale”. A fronte di questa riscoperta percezione interiore ravviso l’urgenza di trasmettere ai nostri giovani, con l’incanto del racconto e la dovizia dei particolari del tempo e dello spazio di quella realtà, quell’esperienza unica e irripetibile. La scuola, la famiglia, la parrocchia, le varie realtà associative presenti sul territorio, dovrebbero riscoprire questa loro funzione di riannodare il filo della memoria tra il duro protagonismo di ieri dei nostri nonni e l’insipida ricerca del vacuo degli atuuali nipoti, fatte le debite eccezioni che non mancano mai. Anche alle giovani donne irpine va ricordato il racconto di scrittrici di rilievo come Grazia Deledda in Sardegna, Matilde Serao in Campania e Caterina Percoto in Friuli. Di questa ultima, davvero dimenticata, c’è un libro “Diaro dell’anno della fame” dove l’autrice, benestante proprietaria terriera, racconta con una autentica sensibilità cristiana, le tante difficoltà della vita contadina. Questa vitalità culturale italiana, specialmente durante questo propizio periodo feriale, dovrebbe ricaricarci interiormente, anche con riferimento alla scomparsa di Andrea Camilleri – grande campione e testimone della responsabilità civile del popolo italiano – per riscoprire nuovi sentieri di vitalità umana e sociale che l’attuale crescente popolismo demagogico sembra fagocitare quotidianamente. Riannodare il filo della memoria tra passato e presente significa anche alimentare la speranza che i sedicenti salvatori della patria, senza pensiero e senza humus spirituale autentico sono destinati ad avvizzirsi come una pianta infestante senza radici. I nostri anziani e i loro racconti, invece, profondamente radicati nel terreno fecondo delle loro origini, sono destinati a superare il tempo e la dimenticanza perché pregnanti di solidi saperi e portatori di credibile speranza.

di Gerardo Salvatore