Rotondi: basta guerre di villaggi, non è così che si tutela il territorio. L’intervista

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Gianfranco Rotondi, candidato all’uninominale per la Camera nel collegio di Avellino, ospite del forum del Quotidiano del Sud, risponde alle domande del direttore Gianni Festa, schietto e diretto, tanto che non si direbbe un Dc né un politico della Prima Repubblica.

La Prima Repubblica, così demonizzata un tempo, ora rivalutata: perché?

Perché è fallita la Seconda. Non c’è stata ancora una rivalutazione storica, un processo storiografico che recupera il valore dei partiti della Prima Repubblica. Abbiamo uno scontro tra desiderio e realtà. La gente ha desiderato una politica innovativa e si è affidata al Polo delle Libertà, all’Ulivo e ai 5stelle: sono falliti tutti e tre. Il PdL finisce per i dissidi interni e con il tracollo del Governo Berlusconi, l’Ulivo finisce con l’abbraccio col nemico: in fondo al corridoio c’è il Governo Letta con Forza Italia insieme al Pd. I 5stelle ereditano questi fallimenti ma falliscono comunque: volevano aprire la scatoletta di tonno ma hanno mangiato anche lo scatolo, tanto che si sono scissi.

Dopo la fine delle Dc, qualcuno aveva cercato rimettere i pezzi assieme, ma non c’è riuscito. Oggi si parla di Centro, ma dov’è?

Il Centro non sinonimo di Dc, ma un partito che si mette in mezzo e lucra sulla convenienza maggiore. Nella Prima Repubblica, il Centro non è la Dc ma il Partito socialista.

In che senso?

Nella Prima Repubblica avevamo due partiti che sommati raggiungevano l’80 per cento dei voti: Dc e Pci. Chi era più bipolare la Prima o la Seconda Repubblica? La Prima era addirittura bipartitica. Al Centro c’erano partiti minori, il Psi e altri, che facevano allora quello che vorrebbero fare Calenda e Renzi oggi: raccogliere un dieci per cento che condizionava il potere degli altri. Il Psi costruiva un centrosinistra con la Dc a livello nazionale e un fronte popolare nelle Regioni rosse con i comunisti. Era sempre al Governo.

Merito di Craxi

Il sogno erotico di Calenda è Bettino Craxi. Ma Calenda non ha la storia, il carisma, la cultura di Craxi. Craxi è stato un grande statista. Non era amato dai dc. Quante volte ho sentito De Mita esprimere parole di grande affetto e di stima per Craxi. Oggi chi sta la posto della Dc? Il centrodestra è l’erede della Dc. Magari un erede che alcuni democristiani posso biasimare, non riconoscere e non votare, ma sociologicamente l’elettorato che ieri votava per la Dc, oggi vota per il centrodestra. Altrimenti il centrodestra dove li prende i voti?

Lei si sente erede di Sullo? Perché?

Voglio anzitutto spiegare due affermazioni di Sullo che mi sembrano molto attuali. Nel suo testamento politico, “La Repubblica probabile”, Fiorentino Sullo ci dice due cose: che il parlamentarismo e il proporzionale avrebbero paralizzato la capacità di decisione del sistema e che bisognava preparare la repubblica presidenziale. Oggi, il presidenzialismo è il tema forte di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. Per Sullo lo era già nel 1972. In altro brano, Sullo dice che l’unità dei cattolici è un espediente provvisorio ed è destinata a concludersi. Verrà un tempo in cui fascisti e comunisti, dice Sullo, diventeranno democratici e si alterneranno alla guida del paese.

Sullo è stato il suo maestro.

Posso essere solo un lettore e un discepolo. E’ un gigante ineguagliabile. L’ho frequentato da ragazzino e avrei potuto giovarmi molto di più della sua lezione. I leader muoiono senza eredi. Vale per Sullo, per De Mita, per De Gasperi. Il carisma ha un incanto che non si può trasmettere.

Che rapporto ha con la città?

Ho avuto un rapporto migliore quando non l’ho rappresentata. Era il motivo della mia esitazione a candidarmi qui. Ho avuto un rapporto straordinario con la città dal 1996 ad oggi perché avevo smesso di chiedere il voto. Non sono stato divisivo. Oggi da candidato lo sono. Sono amico di tutti: comunisti incalliti frequentano casa mia. Oggi non gli chiedo certo il voto. Sarei inopportuno. Chiunque ha il mio numero in rubrica, mi chiama per un consiglio, per una valutazione. Oggi questa avellinesità, paradossalmente la vado a perdere, torno a essere divisivo. Entro in campagna elettorale in punta di piedi e mi dispiaccio delle modalità aggressive che alcuni settori cercano di indurre, senza riuscirsi, in questa campagna elettorale.

Si sente un rappresentate del territorio?

Il deputato di territorio non esiste. Ha una rappresentanza nazionale e nessun potere di cambiare la vita di un territorio se non in rapporto alla realizzazione e al controllo del programma di Governo. Dal varo delle Regioni, con le varie riforme delle autonomie non esiste più una filiera che parte dal Governo nazionale e porta al cambiamento della vita delle comunità, dei Comuni, dei territori. Chi vuole fare il rappresentante del territorio deve stare alla Regione, non a Roma. A Roma ci deve andare chi ha una idea di Paese e di sistema politico. Il rapporto con la Regione penso che sia stato di frustrazione dal tempo in cui abbiamo avuto gli ultimi grandi presidenti della Regione, da Nicola Mancino a Giovanni Grasso. Sullo è stato grande quando non c’erano le Regioni. Il suo declino comincia con un cartello che espone nella sua segreteria: questa segreteria non è un ufficio di collocamento. Gli chiedevano i posti e lui non ne poteva dare.

Come lavora un parlamentare per il suo territorio? Ad esempio, ho chiesto al Ministro Giorgetti un tavolo di lavoro per affrontare il tema Alto Calore. Voglio dire ai duellanti di questa campagna elettorale che si avviano a Roma: il metodo di lavoro che c’è lì non è quello delle guerre di villaggio che avvengono in questi giorni qui. Quando ho chiesto il tavolo di lavoro a Giorgetti, ho coinvolto i parlamentari eletti ad Avellino e ho avuto la più stretta collaborazione da Maraia. Questo, per dire, che non c’è la possibilità di rappresentare nessuna ragione, la più legittima e valida, senza la capacità di concordia della classe politica, soprattutto in questa stagione.

Prima era diverso, c’era questa collaborazione a cui accenna.

Conservo una bella fotografia che mi ha donato Sullo. Raffigura lui, Covelli e Preziosi. Gli chiesi come mai si facessero una foto assieme. Mi rispose che teneva ogni due, tre mesi una riunione con i parlamentari irpini su questioni legate alla provincia. Ci deve essere contrapposizione di idee ma collaborazione a tutti i livelli: provinciale, regionale e di governo.

Lei in questi anni ha continuato ad avere un rapporto diretto con i cittadini, quella carnalità che piace agli avellinesi?

Quella carnalità non è mai mancata. Il mio è sempre stato un rapporto di consuetudine con tutti. In questa campagna elettorale mi carico di una grossa responsabilità, anche se perdo dovrò rappresentare quella parte dell’elettorato di cui sono riferimento.

Qual è il suo modello politico?

Stefano Vetrano, deputato di Avellino. Non ricordo una personalità in grado di rappresentare meglio di lui le esigenze della comunità. E’ stato il sindacalista dell’Irpinia terremotata. Io ho assunto un impegno che va al di là del risultato. Molti di coloro che firmarono il patto nel 1995 non ci sono più: penso a Fini, Casini e molti degli allora coordinatori di Forza Italia. Siamo rimasti Berlusconi, Bossi ed io. Uno che ha fondato il centrodestra, si assicura la presenza in Parlamento di questo gruppo, anche se abbiamo scelto candidature che la mettono a rischio, penso all’Irpinia o alla Sicilia. La scommessa è un’ altra. Se il centrodestra vincerà, è giusto che questo territorio abbia voce in grado di arrivare al governo. Mi sento un rappresentate sindacale più che il protagonista di una lotta politica.

Quale messaggio lanciare ai giovani? I giovani non si avvicinano molto alla politica. Ai nostri tempi c’erano i laboratori che erano i partiti. Oggi sono entità che coincidono con il leader, sono fatti a loro immagine e somiglianza. Ma è ingiusto attribuire a Berlusconi questo modello. Del resto, perché i giovani dovrebbero iscriversi ai partiti? Oggi contano le corti, le consuetudini personali. Invece, questa legislatura avrebbe dovuto almeno disciplinare i partiti. Un parlamento che va a casa doveva avere l’ambizione di fare una legge che resta. Il paese ha bisogno di una riforma di partiti. Oggi sono organi costituzionali svincolati da qualsiasi disciplina democratica, non si può consentire a chi governa un partito di fare quello che vuole senza controllo”.