Sanità, fatti o promesse?

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La lunga e dolorosa vicenda della pandemia ha riproposto drammaticamente all’attenzione dei cittadini e delle forze politiche la centralità della questione-salute. E quindi degli stanziamenti e dei modelli organizzativi della sanità. I fondi destinati dall’Ue e dal governo italiano a questo settore hanno riacceso le speranze perchè in futuro le cose possano andare diversamente che in passato. Particolarmente in Campania e in provincia di Avellino, infatti, nei decenni scorsi, si è abbattuta la scure di una politica strabica e miope. Questa è apparsa distratta verso i diritti fondamentali delle popolazioni. Soprattutto di quelle più disagiate economicamente e territorialmente. Chiusure di ospedali e di singoli reparti. Ridimensionamento di strutture e di primariati. Impoverimento progressivo del personale sanitario. Promesse mai mantenute di istituzione di nuovi posti-letto. E senza che vi siano state reazioni adeguate contro tali, devastanti misure. Nè da parte di popolazioni troppo abituate a ricevere tutto dall’alto. Nè degli amministratori locali più direttamente impegnati nel settore. Con la gravissima conseguenza di un decadimento progressivo  – salvo poche, riconosciute eccellenze – della qualità complessiva dell’offerta sanitaria. Senza dialogo fra le diverse componenti. I medici di base ridotti a burocrati. I servizi sociali a parchi clientelari. E la sanità territoriale sempre più mortificata da tagli feroci.  Su queste linee si sono mossi manager non tutti e non sempre competenti nominati dalla politica. Sia di centro-destra con Caldoro, che di centro-sinistra con De Luca. La loro attenzione, senza per la verità molte differenze, è stata orientata dai molti corposi interessi politico-elettorali delle aree megalopolitane e metropolitane. E così alla provincia di Avellino sono state destinate per anni solo le briciole. L’effetto, cercato o non voluto, è stata la straordinaria avanzata della sanità privata. E il moltiplicarsi di ricche convenzioni con strutture facenti capo ai più forti fra questi gruppi! Per giunta, anche in Irpinia e perfino in qualificati ambienti sanitari, per anni si sono diffuse strane ed improvvide teorie, secondo le quali nelle zone più disagiate e periferiche non vi era necessità di ospedali, ma solo di potenziare la rete dei trasporti per raggiungere in tempi brevi quelli delle aree metropolitane!  Anche oggi, del resto, si ascoltano assurde fughe in avanti, come le invocazioni a favore degli effetti miracolistici di una fantomatica tele-medicina. Ancora per molti aspetti assolutamente al di là da venire, ne vengono ignorati aspetti fondamentali. I tempi lunghi. I costi alti. E il fatto che essa non potrà mai sostituire completamente la medicina fisica. E allora, in attesa di questo nuovo Godot, cosa si fa? La pandemia ha messo sotto gli occhi di tutti l’estrema debolezza della medicina territoriale come primo baluardo. E la necessità di una rete capace di impedire l’incontrollato, eccessivo afflusso di ricoveri verso strutture appositamente attrezzate ma con una disponibilità di posti assolutamente insufficiente. E non flessibili. Cioè poco adatte ad essere rapidamente implementate e riconvertite. Questo, infatti – secondo molti esperti – è stato all’origine delle conseguenze nefaste della prima ondata di morti. Insomma, c’è bisogno di una inversione di rotta rispetto alle dottrine prevalenti degli ultimi anni! Ora, con i notevoli stanziamenti dell’Ue  e del governo Draghi per la sanità, potrebbe cominciare una storia diversa. Questo, però, presuppone una vera e propria rivoluzione collettiva. Le popolazioni dovranno mostrarsi  disponibili a battersi direttamente perché il diritto fondamentale alla salute sia rispettato. La politica dovrà dimostrare con fatti concreti e non a chiacchiere, di avere a cuore le sorti delle popolazioni rappresentate. La classe amministrativa locale, chiamata ora ad uno sforzo davvero straordinario con il Recovery,  in passato non si è dimostrata  all’altezza dei compiti. E’ caduta spesso nelle ristrettezze di una visione campanilistica. Senza alcuna capacità di visione, di dialogo inter-istituzionale e, soprattutto, di fare rete. Questa volta sarà diverso?

di Erio Matteo