Scuola e storie di Covid

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Enrica ha nove anni, frequenta la scuola elementare e piange a dirotto. Le chiedo il perché. Singhiozzando mi risponde: “Non posso andare a scuola, non posso vedere i miei amici, parlare con la mia maestra”. E aggiunge: “La didattica a distanza mi punisce”. E’ tale il suo dolore che finisce per commuovermi. La storia di Enrica è simile a tante altre che vorrebbero andare a scuola, ma non possono perchè qualcuno decide per loro. Così penso a quella silente forma di disumanizzazione che ci sta consegnando la pandemia da covid. All’innocenza di Enrica, alla sua spontaneità, si contrappongono alcune dichiarazioni di presidi e docenti per i quali la dad può essere la sola risposta all’emergenza contagi. Ovviamente in mezzo a tutto questo ci sono i soliti furbetti per i quali tutto è meglio più che lavorare. Negare la scuola in presenza come accade in Campania in seguito all’ordinanza emessa dal governatore Vincenzo De Luca è un modo, a mio avviso, per destabilizzare le istituzioni gettando panico nelle famiglie. Più responsabile, a me pare, è la decisione del ministro della Pubblica Istruzione Bianchi, che senza fare terrorismo e senza mania di protagonismo, ma con grande realismo invita alla prudenza senza penalizzazioni. Ovviamente laddove ci dovessero essere dei problemi vanno risolti secondo la loro portata e senza sconvolgimenti. La scuola è sentimento estremamente importante e richiede grande saggezza e responsabilità. Essa è una delle agenzie fondamentali per la crescita umana, per la formazione della classe dirigente, per la costruzione di una società con lo sguardo proiettato nel futuro. Quello che è accaduto con la scuola a distanza dello scorso anno è sotto gli occhi di tutti: disinformazione, livelli minimi di preparazione, freddezza nei rapporti e altro ancora. Rispetto al passato le vaccinazioni hanno trovato grande spazio riducendo il rischio di contagio. Asciughiamo, quindi, con saggezza, le lacrime di Enrica e che sia la scuola a vincere.

di Gianni Festa